Matteo 9, 14-17

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

La capacità di cambiare passo nella danza, di andare all’altra riva, quando cambia il ritmo, è una delle scommesse più belle della nostra esistenza. Ciò che è stato anche se si ripete non c’è più. Dicevano i filosofi greci che non si entra mai nello stesso fiume per quante volte tu vi rientri. Una delle scommesse più belle della vita è quella di accorgersi dei cambiamenti e accettare la scommessa della vita che si presenta a noi tramite i cambiamenti stessi. Chi non si accorge, chi non sa vedere ciò che cambia, chi non sente il cambio di ritmo e la necessità del cambio di passo, è fuori dal tempo, perde il ritmo, non vive ma continua a pensare al passato e a sognare il futuro.

Ho vissuto una bella esperienza, ho incontrato una bella realtà: sono la bellezza della vita. Fino a quando noi non cediamo alla tentazione di aggrapparci alla stessa esperienza, fossilizzandoci su presupposti spesso obsoleti o su esperienze belle, ma passate che non danno più vita, noi possiamo sentirci in cammino, in ricerca, in vita.

È il basso continuo di tante esperienze di chiesa, di tante esperienze di vita: abbiamo sempre fatto così, perché dovremo cambiare ora? Eh già, perché mai dovremmo cambiare? Preferiamo aggrapparci a sicurezze di morte piuttosto che, passando all’altra riva, giocare in insicurezze di vita. Non amiamo più il rischio. Troppo spesso lo identifichiamo con lo sballo e l’incoscienza.  Mentre il rischio è la bellezza della vita oggi. Rischio una nuova impresa se sono libero dentro. Mollo una cosa che non ha più senso e mi fa del male perché cresce in me la bellezza di una libertà perduta.

I discepoli di Giovanni digiunano perché per loro la vita è attesa di un futuro. I farisei, fedeli alla tradizione, digiunano perché per loro la vita sta nell’osservanza del passato. Per le persone religiose, discepoli di Giovanni o farisei o cristiani o …, il presente è sempre digiuno: la vita è nel futuro o nel passato, desiderio di ciò che sarà o nostalgia di ciò che è stato!

Ma Dio non è uno che era o sarà: Egli è! Per questo i discepoli di Gesù non digiunano.  Si digiuna quando si fa lutto, e il lutto è segno di morte: mangiare è vivere, digiunare è morire. Il banchetto che il Signore ci offre elimina la morte per sempre e asciuga le lacrime su ogni volto.

Siamo invitati a vivere il nostro rapporto con Dio, come rapporto fra uomo e donna, rapporto fra sposo e sposa. Due alterità che si donano e si uniscono in amore e giubilo, intensità e tenerezza, fedeltà e fecondità: questo è il nostro rapporto con Dio, oggi! Scoprire il nostro rapporto sponsale con Dio, al di là di quello da figli, è scoprire la bellezza dell’amore libero e corrisposto, amore che ci rende simili a Lui, suoi partner. Così possiamo non solo mangiare, ma celebrare il banchetto, l’eucaristia dell’oggi e della vita. Così celebreremo l’ebbrezza del vino piuttosto che l’acqua incolore delle anfore, acqua insapore della legge che comanda e non dà amore. Gesù cambia l’acqua in vino perché senza vino non vi è vita, non vi è sponsalità, non vi è festa di nozze.

Vi sarà un giorno in cui i discepoli di Gesù digiuneranno ed è il giorno del venerdì santo, quando lo sposo sarà tolto ai suoi. È ricordo della croce. Ma il richiamo al digiuno è richiamo a riscoprire la sua presenza in noi e fra di noi. Il digiuno che Lui da noi desidera è: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i senza tetto, vestire chi è nudo, sciogliere le catene di schiavitù nei nostri rapporti narcisisti, spezzare ogni giogo che schiavizza l’altro. Questo è il digiuno che io voglio, che vuole Dio, ci suggerisce il profeta Isaia (Is 58, 6).

La sua presenza con noi è nei piccoli, negli affamati, negli assetati, nei forestieri, nei nudi, nei malati, nei carcerati: in tutte quelle situazioni di digiuno che la nostra storia conoscerà sino alla fine.

Accorgerci che qualcosa è cambiato, che ogni giorno qualcosa cambia, è la scommessa vitale che meglio ci fa comprendere la vita e meglio ci conduce ad una relazione con la vita che sia di gioia e non di lutto.

Il digiuno è una questione di cuore. Di un cuore che ricomincia a battere di nuovo e a sentire il grido del Signore nel fratello. Un cuore che si lascia commuovere e muove le mani e i piedi nella carità per l’altro.

PG

 

Solo quando si ha la libertà di abitare la fame, la mancanza, il vuoto senza sentirsi costretti a riempirli con qualunque cosa allora ci si può considerare abbastanza liberi da capire anche la voce di Dio che ci parla.

M. Epicoco

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