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Pentecoste: la fine della paura

da | 21 Maggio 2020 | Oggi nella Chiesa

Articolo di Anonimo Bergamasco

Pentecoste: la fine della paura

“La sera di quel giorno, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei giudei …” (Giovanni 20,19).
Queste parole del Vangelo mi hanno fatto tornare alla mente quelle di un poeta di Soweto (il ghetto del Sudafrica che è un po’ il simbolo dell’apartheid; il simbolo della segregazione, della separazione e della incomunicabilità). Scrive questo poeta: “L’uomo è un grande costruttore di muri. Il muro di Berlino, il muro del pianto… ma il muro più inespugnabile ha un fossato pieno di paura intorno al suo cuore. Un muro senza finestre che lasci alitare lo spirito. Un muro senza una porta che lasci entrare l’amore”.
Ricordiamo ogni anno la caduta del muro di Berlino, ma quanti sono i muri che non abbiamo ancora fatto cadere, anzi… quanti sono i muri che ogni giorno vengono ancora costruiti, sempre più invalicabili: “Chi tocca muore!”
Le nuove tecnologie, che avrebbero dovuto abbattere le barriere per rendere possibile l’incontro, sono diventate strumenti di controllo: sono muri (nascosti o camuffati come le telecamere) che ci impediscono la libertà, che soffocano la vita.
Che lo vogliamo riconoscere o no, noi siamo dominati dalla paura, quella paura che ci spinge a costruire intorno alla nostra vita un muro sempre più alto senza porte e senza finestre, un muro che ci rende inaccessibili.
È la paura che teneva gli apostoli chiusi nel cenacolo. La paura dell’altro, mio potenziale nemico.
Hanno chiesto a Huang San Sunky se non aveva paura della prigione e lei ha risposto: “L’unica vera prigione è la paura; e l’unica vera libertà è la libertà dalla paura”.
Lo proviamo in questi giorni del “corona virus”: questo nemico che non si vede, sai che c’è ma non sai dove si è nascosto e quindi può essere dappertutto. Non puoi più fidarti di niente e di nessuno e la paura ti chiude dentro.
La paura spezza l’unità e ti manda in confusione, quella confusione delle lingue di cui si parla nel racconto della torre di Babele che è l’esatto contrario della Pentecoste: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro” (Genesi 11,7). Mentre a Pentecoste “Abitavano a Gerusalemme giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. La folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua. (…) E li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio” (Atti degli apostoli 2,5-11).
Il saluto del Risorto, la “buona pasqua” del Risorto, è: “Non abbiate paura, sono Io. Pace a voi!” La pace (il progetto dello Spirito per il mondo): “Spezzeranno le loro spade è ne faranno aratri, delle loro lance ne faranno falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra” (Isaia 2,4).
Era il grande sogno: l’unità nel rispetto della diversità; un mondo dal quale viene bandito ogni spirito di violenza e di potere; la pace non solo come assenza di armi, ma come pienezza di vita.
Noi invece abbiamo costruito la più deludente delle unità che si potesse immaginare: l’unità non sotto l’arcobaleno della pace, ma l’unità sotto il fungo della bomba atomica, l’unità del mondo sotto il segno della paura. L’equilibrio degli armamenti, questo equilibrio delle paure che è l’antitesi e l’esatto contrario di quello che ci viene annunciato il giorno di Pentecoste.

La legge dello Spirito

A Pentecoste ci viene consegnata la nuova legge che non è scritta su tavole di pietra (come quella consegnata a Mosé sul Sinai) ma nei cuori; e non più affidata ai mediatori delle tavole, ma alla libertà dello Spirito.
Nel libro del profeta Ezechiele, Dio, di fronte al suo popolo incapace di amore e di fedeltà, fa una promessa: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ezechiele 36,25 ss.)
Ci troviamo di fronte a una nuova creazione che è inconciliabile con la realtà della “torre di Babele” nella quale noi viviamo e ci ritagliamo una nicchia comoda e sicura. Queste nicchie ci vengono offerte, ma ad una condizione: purché non diamo fastidio al sistema. Il buon cristiano, quello che nasce dalla Pentecoste, non è colui che non dà fastidio, che sta buono (se Gesù non avesse dato fastidio, se avesse accettato il compromesso, il ricatto, non sarebbe morto in croce), ma è colui che dà fastidio in nome del Signore risorto.
Per capire questo dobbiamo tornare al cenacolo il giorno della Pentecoste. Quel giorno gli apostoli incontrarono veramente il Signore risorto e credettero: si innamorano, perdono la paura capiscono che tutte le loro preoccupazioni non avevano senso … e si comportano da innamorati.
Un innamorato non ragiona più, non hanno più senso per lui gli inviti alla prudenza, la persona innamorata ha trovato qualcuno per cui rischiare la vita. Non per niente noi diciamo che è “innamorato pazzo” e gli chiediamo: “Ma chi te lo fa fare?”. Bella l’immagine del libro del Cantico dei cantici dove ci viene descritto questo innamorato che viene “saltando per i monti, balzando per le colline…” (Cantico dei cantici 2,8). Non c’è ma che tenga!
Gli Atti degli apostoli ci dicono che alcuni dei presenti alla Pentecoste deridevano gli apostoli e dicevano: “Si sono ubriacati di mosto”. Pietro risponde: “Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino. Accade invece quello che predisse il profeta Gioele: ‘Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani avranno dei sogni’.” (Atti degli apostoli 2,13.15-17).
“Hanno ricevuto lo Spirito”, sono persone libere di agire secondo coscienza. Il potere, anche quello religioso, ha sempre cercato di privare l’altro dalla fatica di usare la propria coscienza, privando la persona della libertà di pensare e quindi rendendolo schiavo.
Ancora oggi noi viviamo in questa subordinazione della coscienza ad una verità ufficiale detenuta dai “farisei” di turno, che vorrebbero le nostre coscienze come dei piccoli satelliti che girano intorno al sole. E loro sarebbero il sole!
Una coscienza libera vale più di un megatone, perché una coscienza libera è come la dinamite, è quella la forza dell’amore che fa scoppiare, che non lascia tranquilli. È come il vino nuovo di cui ci parla Gesù, quel vino che, messo degli otri vecchi li fa andare in pezzi.
Con i suoi comportamenti Gesù manda in frantumi quel sistema basato sul primato della legge per affermare il primato dello Spirito. Se gli otri vecchi della storia, della mia storia personale, della storia della mia comunità, della storia della Chiesa, … non si sono ancora rotti significa che non siamo stati capaci di versarvi il vino nuovo; non abbiamo ancora lasciato entrare lo Spirito.
Gesù nelle sue parole ma soprattutto nella sua vita è l’uomo che reagisce sempre secondo la libertà di coscienza, accettando fino in fondo le conseguenze di questa libertà, fino alla morte in croce. Qualcuno, commentando la crocifissione ha detto: “In fin dei conti se l’è cercata!”
Quando uno agisce secondo coscienza, nella libertà dello Spirito, non deve aspettarsi che gli battano le mani. Gesù fa paura perché contesta il potere ne mette a repentaglio le sue sicurezze, e così provoca le reazioni di difesa: “Tennero consiglio per farlo morire.” (Marco 3,6)
La libertà nessuno te la regala, se la vuoi devi conquistarla… e alla fine ti presenta il conto: “Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti. (Marco 13,12-13)
Era già capitato a Gesù proprio da parte dei suoi parenti: “Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “È fuori di sé. (Marco 3,20-21)
L’evangelista Giovanni fa notare che: “Neppure i suoi fratelli credevano in lui.” (Giovanni 7,5) E per screditare il comportamento di Gesù molti Giudei dicevano: “È un indemoniato, ed è fuori di sé: perché state ad ascoltarlo.” (Giovanni 10,20). E i Giudei: “Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un samaritano e un indemoniato?” (Giovanni 8,48).
Vedendo il comportamento degli apostoli dopo la Pentecoste alcuni li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di vino dolce.” (Atti degli apostoli 2,13).
Samaritano (che era uno dei peggiori insulti che si potesse fare), pazzo, indemoniato, ubriaco,… E chi più ne ha, più ne metta.
Chi agisce secondo lo Spirito diventa una persona scomoda, ingovernabile.

E li mandò

“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo.” Ma come? Che cosa pretendi da noi? Ci mandi in capo al mondo, ma non ci dai i mezzi per arrivare. “E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche.” (Luca 9,2-3)
“Vi mando come pecore in mezzo ai lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali, …” (Luca 10,3-4)
“Vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle sinagoghe e sarete condotti davanti ai governatori e re per causa mia (…) non preoccupatevi di come o di cosa direte (…) infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.” (Matteo 10,17-20)
Ma allora che cosa vuol dire fare missione?
Credere nella Pentecoste significa accettare l’impossibile come programma di vita; significa credere che la realizzazione di un mondo nuovo, già ora è qui, è possibile; significa credere che l’amore è più forte della morte (di qualsiasi morte); significa trasformare le beatitudini da sogno illusorio in quotidiana realtà.
La carovana delle beatitudini, le “truppe” che lo Spirito invia in missione: i poveri, quelli che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia,… (Matteo 5,3 ss.). Questi sono coloro di cui si fida lo Spirito. Ma non basta; dice anche loro come devono comportarsi (lo stile della missione): “Avete inteso che fu detto: ‘occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: ‘amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico’. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli.” (Matteo 5,38-45)
Roba dell’altro mondo, roba da “regno di Dio”; e non è per dopo, è per oggi e per qui. Secondo gli Atti degli apostoli i figli della Pentecoste non sono degli annunciatori vociferanti che vanno qua e là a portare una notizia incredibile, ma sono innanzitutto una nuova comunità capace di vivere secondo amore.
Con la Pentecoste inizia il tempo della Chiesa. Invitata ad uscire dalla paura, invitata a non rimanere alla finestra a guardare dall’alto il corteo dei disperati della terra che attraversa il tempo della storia. La Chiesa è invitata scendere per strada per unirsi a questo corteo. E non si tratta di far vedere che ci siamo perché abbiamo anche noi la nostra bandiera. Fare missione non significa partire per le crociate.
“Pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in voi”. (1 Pietro 3,15)
“Questi primi cristiani non sono dunque una pattuglia di fanatici chiamati a fare la guerra santa; sono degli uomini che stanno in mezzo agli altri, che non hanno nemmeno la preoccupazione di organizzare la propaganda ma che devono soltanto rendere ragione della speranza che li anima. La speranza, quando c’è, non si nasconde, è un atteggiamento dello Spirito che traspare dagli occhi, dal volto, dal modo di agire in mezzo agli altri. La maniera con cui la fede dovrà camminare nel mondo è questa”. (Ernesto Balducci)
La Chiesa è gettata nel solco della storia come una manciata di sale e di lievito. Due elementi che per essere efficaci devono accettare di sciogliersi, di donarsi fino in fondo, di scomparire come il seme che se non accetta di morire non può dar frutto. Dove non c’è dono non c’è vita. “Chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà.” (Matteo 10,39). Questo è lo stile della missione.
Ci hanno messo in testa che “fede” equivale a certezza, sicurezza, garanzia,… Invece credere è rischiare, mettere a repentaglio, partire sulla parola, camminare sulle acque, sicuri che Qualcuno ci vuole talmente bene che non permetterà mai che andiamo a fondo. Come a Pietro ci viene chiesto di camminare sulle acque, su un elemento instabile e quindi pericoloso, e senza salvagente nel mare in tempesta.

Partire sulla parola

“Seguimi!” Un momento; dimmi almeno dove vai, dove mi porti! Non è che per caso stai andando in croce sul calvario? “Se ti fidi, seguimi!” “Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e parti senza sapere dove andava.” (Ebrei 11,18)
È la fede di Gesù sulla croce. “Perché mi hai abbandonato! Non vedi che cosa mi stanno facendo?” Ma poi aggiunge: “Padre, nelle tue mani consegno la mia vita.” Nonostante tutto, nonostante la morte, mi fido di te.
I grandi dubbi della fede nascono proprio di fronte al problema del dolore e della morte, del dolore e della morte dell’innocente. È il grido che si è alzato dai lagher: “Dio dove eri quando capitava tutto questo?” È il grido che si alza oggi dalle bare dei morti da coronavirus. Ma cosa centra Dio con tutto questo? Forse la domanda giusta da fare è un’altra: tu uomo, tu Cristiano, dove sei e da che parte stai?
La chiesa che nasce dalla Pentecoste è una chiesa “in uscita.”
Ma quale è il programma del suo viaggio e chi stabilisce l’itinerario?
Leggendo gli Atti degli apostoli si può solo concludere che “l’uomo propone ma è lo Spirito che dispone”. Prendiamo ad esempio uno dei viaggi missionari di Paolo: “Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la parola nella provincia di Asia. Giunti verso la Misia cercavano di passare in Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, lasciata da parte la Misia, scesero a Troade. Durante la notte apparve a Paolo una visione, era un macedone che lo supplicava: “Vieni in Macedonia e aiutaci!” Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.” (Atti degli apostoli 16,6-10)
“Siate pronti con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese …” (Luca 6,35).
Scriveva il cardinale Lercaro: “Noi riceviamo l’eucaristia non per appartarci a godere in solitudine il dono ricevuto ma per portarla al mondo, per condividerla. Non siamo come il cane che, quando riesce a prendere l’osso, se lo porta via e lo difende: guai a chi glielo tocca. Essere in piedi e la posizione del discepolo che viene inviato; è la posizione del servo che aspetta l’ordine di partire.”

I segni dei tempi

Dio non ha ancora finito di parlarci, ci invita ad ascoltarlo in tutti gli avvenimenti della vita; niente capita per caso…
Vestito in quel modo non poteva essere lui, per noi non era possibile che Dio fosse conciato così. E invece: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”
E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me.“ (Matteo 25,35-40)
La tentazione dell’uomo è sempre stata quella di costruire il tempio, di avere un tabernacolo dove imprigionare Dio per averlo sempre a disposizione quando non sa più dove sbattere la testa. Lo Spirito ci manda fuori dal tempio a cercare il volto di Dio nella storia e nella vita.

Il poeta Tagore raccoglie così questo invito dello Spirito:
“Finisci queste nenie, questi canti, questo dir di corone!
Per chi preghi in questo cantuccio oscuro del tempio dalle porte chiuse?
Apri gli occhi e guarda: il tuo Dio non è dinanzi a te.
Egli è dove il contadino ara la dura terra, lungo la strada dove sta lo spaccapietre.
Sotto il sole o sotto la pioggia, egli è con loro e le sue vesti sono coperte di polvere.
Levati quel manto sacro e scendi come lui sulla terra polverosa.
Liberazione?
Dove si può trovare questa liberazione?
Il nostro maestro lietamente si è assunto i dolori del creato; si è unito per sempre a noi.
Esci fuori dalle tue meditazioni, lascia i fiori e l’incenso!
Che importa che le tue vesti diventino lacere e sudice?
Vagli incontro, non staccarti mai dal suo fianco, lavorando col sudore della fronte”.
(Tagore, Gitanjali, 12 luglio 1910)

Pentecoste, particolare dal quadro di Giulio sci
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