Processioni: cosa d’altri tempi?

da | 10 Ottobre 2024 | Approfondimenti

La processione è l’immagine stessa del cammino della vita
e del cammino compiuto insieme sulle strade del mondo

Era qualche tempo che non partecipavo ad una processione, senonché, ad inizio settembre, trovandomi in vacanza in Valle d’Aosta, un amico diacono mi ha invitato a presenziare a quella in onore di San Grato; così, prima di far rientro a casa, ho deciso di far tappa nel capoluogo valdostano e mettermi in corteo con gli aostani.

Sono rimasta fin da subito colpita, non solo dalla grande partecipazione della gente in cammino e del numero elevato di presbiteri astanti, ma anche dalla presenza di tantissime persone ad attendere il passaggio della reliquia del Santo lungo le vie, fuori dalle case e dai negozi. La banda accompagnava il cammino, alternandosi con il canto popolare anche in lingua francese e si respirava un’aria accogliente, che ha trovato il suo perché nelle parole del Vescovo emerito che presiedeva la processione: una bellissima benedizione nel bel mezzo del centro storico, che coinvolgeva tutti, estesa ad ogni realtà: la scuola, le famiglie, le attività commerciali, le Istituzioni, i fedeli, le Associazioni… tutti invitati a ringraziare per i doni ricevuti e a contribuire al bene comune della città. Davvero un bellissimo momento, che mi ha dato modo di fermarmi a riflettere.

 Credo che le processioni – nell’accezione più generale del termine – siano un’espressione profondamente umana: è prassi comune che la gente formi cortei, gridando slogan, esponendo cartelli e striscioni, sventolando bandiere che dicono il desiderio di portare avanti un ideale coinvolgendo quante più persone possibili. E mi viene in mente l’ultima manifestazione a cui ho partecipato lo scorso marzo a Casal di Principe in memoria di don Peppe Diana, ucciso trent’anni fa dalla Camorra: un fiume di gente che aveva nel cuore il sogno di rilanciare il suo messaggio antimafia e lo gridava a gran voce.

Le processioni religiose dovrebbero essere animate dallo stesso spirito: chi partecipa dovrebbe farlo perché ha il desiderio di testimoniare la propria fede, camminando insieme, uniti nel canto, coinvolti nello stesso clima di preghiera, facendo risuonare il messaggio cristiano tra le case e per le strade, nell’intento di raggiungere tutti.

Eppure mi pare che i cortei a carattere liturgico siano sempre meno partecipati, quasi a dimostrare che per la così detta “cultura moderna” le processioni siano un fenomeno troppo antico, d’altri tempi.

In effetti le processioni hanno origini lontane nella storia, basti pensare a quelle babilonesi in cui il dio Marduk, seduto su di un trono come un re e preceduto dalla sua corte sacra, si recava in giro per la città a ricevere gli omaggi del popolo e talora a visitare altri dei.

Oppure agli egizi, che ponevano le statue dei loro dei all’interno di un naòs di legno dorato, collocato su un modellino di barca a sua volta situato su una portantina e, nel corso di feste annuali, le trasportavano in processione per le città oppure le imbarcavano sul Nilo, accompagnandole dalla sponda del fiume tra danze, cantici, incensi e luminarie.

O ancora all’antica Atene, la cui processione più solenne era quella delle Panatenee, nella quale tutte le classi della città, in ben ordinato corteo, si recavano nel tempio a offrire un peplo ad Atena.

Nella liturgia cristiana il rito processionale, così come lo conosciamo e lo celebriamo oggi, non si può far risalire direttamente alla Sacra Scrittura, ma certamente trae il suo senso e le sue caratteristiche dalle deambulazioni bibliche: la marcia dell’esodo, la presa di Gerico, il trasporto dell’arca a Gerusalemme, la processione di Neemia e quella di Giuditta. Oggi come allora, durante le processioni ci riconosciamo come “il popolo di Dio in cammino”.

Ma le processioni che noi cristiani abbiamo l’opportunità di vivere non sono solo quelle che più immediatamente ci vengono alla mente, quelle votive, ovvero quelle organizzate in occasione di ricorrenze o feste in onore della Madonna e dei Santi.

Le prime processioni a cui, a ben pensarci, partecipiamo, sono quelle che hanno luogo all’interno delle celebrazioni eucaristiche e che segnano le parti fondamentali della S. Messa: la processione d’ingresso, la processione al Vangelo, quella alla presentazione dei doni e infine quella alla Comunione, tutte accompagnate dal canto. E quanto è importante il canto in ognuno di questi momenti, soprattutto durante la distribuzione dell’eucaristia, perché esprime la gioia del “fare unione” nell’incontrare il Signore, nel partecipare al Suo banchetto.

Poi ci sono le processioni commemorative, come ad esempio quella che si vive la domenica delle Palme innalzando i rami di ulivi e cantando “Osanna al Figlio di David”, quelle eucaristiche come ad esempio quella che viene organizzata in occasione della solennità del Corpus Domini e infine quelle funebri, a cui partecipiamo prima e dopo le esequie di un caro defunto.

Trovo bello che nelle processioni siano previste delle soste che, nel loro alternarsi ai tempi di marcia, rendono l’immagine stessa del cammino della vita, fatto di balzi in avanti e battute di arresto. Forse è proprio pensando alle processioni come metafora di questo cammino, che si dovrebbe smetterla di considerarle come fatto anticulturale, come cosa di altri tempi.

Credo invece che potremmo vederle e viverle come un modo molto semplice e concreto di “metterci in marcia”, in movimento per annunciare per le strade del mondo, che sono in primis quelle del nostro paese, della nostra città, della realtà in cui siamo inseriti, la Buona Novella. E risuona nelle orecchie l’invito del Signore: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15)

Di fatto la processione assume il significato di “cammino compiuto insieme”, non all’interno degli ambienti “sacri” ma fuori, per le strade della vita, ovunque lavoriamo, ovunque permaniamo, un cammino comune sulle orme di Gesù, che per primo ha fatto della sua vita un camminare costante in mezzo e per la gente.

Questo eviterebbe anche il rischio in cui talvolta si incappa di assistere a degenerazioni delle processioni che, da testimonianza di fede, diventano mero “spettacolo” folkloristico.

Ad Aosta ho ritrovato il gusto della processione, del camminare non tanto per arrivare alla tappa finale, ma per vivere la strada insieme ad altri compagni, tra l’altro a me sconosciuti e mi sono tornate in mente alcune parole di Helder Camara:

“Partire è anzitutto uscire da sé” (…) Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita.

(…)

Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro (…)

E’ possibile viaggiare da soli. Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni. Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni prossimo vede un compagno desiderato.

(….)

Ma c’è cammino e cammino: partire è mettersi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto e umano”

 

Argomenti: Cammino | Processioni
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