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Sete dell’altro

da | 30 Aprile 2021 | Testimonianze

A questo siamo chiamati: a riconoscere la sete dell’altro, a percepire il suo desiderio, a lasciarci interpellare, provocare, a prendercene cura.

“Guarda.
Sei in un posto qualsiasi
E ti raggiunge un albero,
un muro, un viso.

Il centro del mondo è poco lontano da te,
è nelle vie secondarie, ti aspetta
dove non ti aspetti niente.
(…)
Guarda dentro e guarda fuori,
guardare è una culla”

(F. Arminio)

Se nel primo incontro di fine marzo siamo stati guidati a riflettere su come la sete di trascendenza ci anima, ci accomuna e ci spinge verso la Sorgente, nel secondo incontro, dal titolo “Sete dell’altro: desiderio infinito”, padre Gianni ci ha aiutato a focalizzarci sulle relazioni che quotidianamente abitiamo.
“Fin dalla nascita siamo uno spazio pieno di altri” che, consapevoli o meno, lasciano le loro tracce dentro di noi.
Le relazioni sono al centro della nostra esistenza: senza l’altro, che ci accoglie e al contempo ci allontana, che ci ama, si prende cura di noi e pure ci ferisce, che ci arricchisce, ma anche ci impaurisce, noi semplicemente non siamo.
Il problema è che, troppo spesso concentrati su noi stessi e sui nostri progetti, difficilmente vediamo gli altri e soprattutto li cogliamo per quello che sono realmente e per ciò che possono donarci.
E tuttavia, mentre siamo impegnati a correre dietro ai nostri desideri e alla nostre sete, improvvisamente accade che sia proprio l’altro a mettersi sul nostro cammino, ad incunearsi nella nostra vita con una richiesta di attenzione, di aiuto.
La sua sete e il suo desiderio ci si pongono dinnanzi, che ne facciamo?
Creiamo uno spazio di incontro o tiriamo dritti per la nostra strada?

“Per vedere un prato bisogna inginocchiarsi
e guardarlo da vicino”

(Ermanno Olmi)

La figura del Buon Samaritano ci insegna a fermarci, ad inginocchiarsi, a guadare da vicino, in modo diverso, profondo, non distratto.
Il Samaritano vede, si lascia ferire dalla ferite dell’uomo caduto nelle mani dei briganti e se ne fa carico.
Il suo guardare non da lontano, ma a millimetri di viso, di occhi, di voce, gli fa cogliere in profondità l’altro, fino a farlo sentire responsabile per lui: il suo sguardo attento lo porta alla com-passione e da lì il passo verso il prendersi cura è un soffio.
A questo pure noi siamo chiamati: a riconoscere la sete dell’altro, a percepire il suo desiderio, a lasciarci interpellare, provocare, a prendercene cura. E ci accorgeremo che, mentre diventeremo sorgente per i fratelli, la loro sete trasformerà anche noi.

Ho sete Signore,
l
a sete di te l’anima mia.

A volte l’arsura spirituale mi prende,
forse è simile all’arsura che avevi quando ti sei fermato al pozzo
e hai chiesto da bere alla Samaritana.

Al tempo stesso mi sento anche una samaritana.

Perché chiedi acqua proprio a me,
a me che sono assetata di verità, di chiarezza,
assetata d’amore, di riceverlo e di donarlo,
assetata di incontri veri, ma anche dell’incontro profondo con te?

Tutta la vita attingiamo al tuo pozzo senza accorgerci che anche tu hai sete,
sete del nostro amore, della nostra disponibilità, del nostro ” sì “.

Il mio sì è soprattutto nel fratello che incontro
e riversa in me tutte le sue amarezze, disperazioni, delusioni, sofferenze, attese, speranze.

L’incontro con quella mamma che gioisce per la riuscita inattesa del figlio,
con l’altra inconsolabile per la disgregazione della sua famiglia,
con quel padre che si dispera per la perdita del lavoro:
sono fratelli che tu mi doni, che metti sul mio cammino
perché possa aprire anch’io le braccia ed accogliere senza giudizio,
con grande apertura, con cuore dilatato.

Per farmi grembo di tutti
sento che ho bisogno di attingere alla tua sorgente,
ho bisogno di momenti di silenzio profondo,
di entrare in sintonia con te per non perdere la rotta
e perché un vaso vuoto non può dare l’acqua che non ha.

Nel silenzio sento il tuo amore che mi rassicura e incoraggia a farmi prossimo sopratutto nell’ascolto.

E allora capisco che i problemi dei miei fratelli sono miei,
mi appartengono, occupano i miei pensieri, fanno vibrare il mio animo, mi fanno vivere.

Signore mi hai fatto dono di essere ministro dell’Eucarestia.
Nell’incontro con i fratelli ammalati, sofferenti, soli, nella condivisione della loro vita,
con l’ascolto attento e rispettoso,
sento di essere canale, strumento che lascia passare l’acqua, i doni che ho ricevuto.

E’ uno scambio reciproco che appaga, ma che genera ancora sete.
Quanta acqua Signore mi hai dato in dono attraverso le persone!

Per questo il mio cuore ti è infinitamente grato.

 Graziella Chiesa, Croviana (Val di Sole, TN)

Argomenti: Sete | Sguardo
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