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Tempo di Fragile Eternità

da | 5 Settembre 2019 | Approfondimenti, Dentro il Vangelo

Tempo di Fragile Eternità

Ci crediamo eterni ed è vero, lo siamo.
Un’eternità che pretendiamo o ci è data e ci precede e ci da futuro?
È parte del nostro umano esserci? Siamo umani perché eterni.
O si conquista? E in che modo? Quale “religione” e quale rito più adatti per raggiungere l’eternità?
Forse sono riflessioni che importano poco a chi fa fatica e soffre il suo stare dentro lo spazio del mondo.
Forse sono riflessioni che non si pongono coloro che si ritengo immortali e hanno un’immagine sempre più amplificata del loro grande io. Eppure ciò che rende umani è il limite … proprio quello dell’eternità.
Già, a noi che ci muoviamo/agitiamo/viviamo la ricerca di durare (per sempre) è implicita, inconscia spesso, in ogni sogno, parola, gesto, …
Godersi l’eterno, inteso come pretesa, può diventare autocompiacimento, autoconsolazione, autoattesa, …
Ma c’è anche il godersi (com-piacere) l’eterno nella gratuità, nella fragilità: tutto comincia e finisce lì.

Abbi cura di me – Simone Cristicchi
Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare
Sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
Più che perle di saggezza sono sassi di miniera
Che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera
Non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso
Anche in un chicco di grano si nasconde l’universo
Perché la natura è un libro di parole misteriose
Dove niente è più grande delle piccole cose
È il fiore tra l’asfalto lo spettacolo del firmamento
È l’orchestra delle foglie che vibrano al vento
È la legna che brucia che scalda e torna cenere
La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere
Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi
E non esiste un altro giorno che sia uguale a ieri
Tu allora vivilo adesso come se fosse l’ultimo
E dai valore ad ogni singolo attimo
Ti immagini se cominciassimo a volare
Tra le montagne e il mare
Dimmi dove vorresti andare
Abbracciami se avrò paura di cadere
Che siamo in equilibrio
Sulla parola insieme
Abbi cura di me
Abbi cura di me
Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro
Basta mettersi al fianco invece di stare al centro
L’amore è l’unica strada, è l’unico motore
È la scintilla divina che custodisci nel cuore
Tu non cercare la felicità semmai proteggila
È solo luce che brilla sull’altra faccia di una lacrima
È una manciata di semi che lasci alle spalle
Come crisalidi che diventeranno farfalle
Ognuno combatte la propria battaglia
Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia
Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso
Perché l’impresa più grande è perdonare se stesso
Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre
Ti immagini se cominciassimo a volare
Tra le montagne e il mare
Dimmi dove vorresti andare
Abbracciami se avrai paura di cadere
Che nonostante tutto
Noi siamo ancora insieme
Abbi cura di me qualunque strada sceglierai, amore
Abbi cura di me
Abbi cura di me
Che tutto è così fragile
Adesso apri lentamente gli occhi e stammi vicino
Perché mi trema la voce come se fossi un bambino
Ma fino all’ultimo giorno in cui potrò respirare
Tu stringimi forte e non lasciarmi andare
Abbi cura di me

Tutto il quotidiano è in una costante infinita eternità. Il quotidiano, il normale, riceve un carattere di assoluto. Il comune fragile esistere non cessa di apparire straordinario a chi si lascia aprire il cuore e gli occhi dallo Spirito.
Panikkar scrivendo a partire dalla sua esperienza (Marciej Bielawski, in “Panikkar”, Fragmenta 2014) diceva: “La vita infatti è qui nel momento tempiterno, nella relazione con il tutto vivente, in un presente che ha l’impronta dell’eternità. Mentre la tragedia oggi è che noi siamo continuamente in movimento e non ci fermiamo mai a godere quest’attimo.” La “tempiternità” di ogni istante è la chiave di volta per accedere alla felicità.

“L’uomo esteriore si va disfacendo” (già scriveva San Paolo) … ma quello interiore?
Nel “come” vivere la nostra fragile presenza adesso sta la differenza. C’è una qualità, potremmo pur dire spiritualità in termini religiosi, che determina il “come” oggi sto.
Il tempo passa ma questo non ci impedisce di rinascere. Non temiamo il tempo perché è dono e già misura dell’eternità. La felicità, non ricordo più chi lo ha detto, è, nasce, dalla libertà interiore. Allora la fragilità non è un peso limite ma leggerezza infinita.

Proviamoci ad introdurci, a lasciarci introdurre, in questo strano percorso. Ci può bastare il ripeterci fotocopiandoci? Che tristezza! Siamo generativi o abortivi proprio a seconda del nostro desiderio e, insieme, dalla nostra responsabilità di rinascere, dentro il tempo che viviamo.
Ci siamo forse perduti questa “divinità” che ci appartiene? È dentro le cose, meglio e dentro di noi. Alessandro D’Avenia 29 aprile … sul Corriere: “La metà invisibile delle cose”.
D’Avenia così riporta: “Lo mostra quel racconto in cui un pellegrino, uno dei tanti in cammino verso un santuario nel Medioevo, s’inerpica su una strada tra grandi cave di pietra, in una giornata di sole cocente. Vede uomini impegnati a sgrossare le pietre con i loro scalpelli e si ferma a osservarne uno, coperto di sudore e polvere, le braccia ferite dalle schegge. «Che cosa fai?» gli chiede. «Non lo vedi?» risponde l’uomo infastidito, senza alzare il capo: «Mi ammazzo di fatica». Il pellegrino riprende il cammino e incontra un altro spaccapietre, altrettanto stanco, sporco e stizzito. «Che cosa fai?». «Non lo vedi? Lavoro tutto il giorno per far mangiare i miei figli». Il pellegrino continua il viaggio e incontra un terzo scalpellino, malconcio come gli altri, ma sereno. «Che cosa fai?». «Non lo vedi? — risponde l’uomo sorridendo — sto costruendo una cattedrale» e gli indica l’edificio che sta sorgendo in cima alla collina. L’essenziale, invisibile agli occhi del primo, visibile solo parzialmente agli occhi del secondo, diventa chiaro al cuore intelligente del terzo, non come illusione o emozione ma come orizzonte di senso che trasforma la mera fatica in lavoro e vita.”
Occorre tornare oggi a rintracciare quel fragile eterno che fa di noi degli uomini e donne contenti di esserci, al lavoro che è reso fertile dalla eternità da cui nasce e a cui è affidato.
La prospettiva, ecco cosa cercare. Sguardo d’insieme sul passato ma pure sul presente e soprattutto sul futuro. La prospettiva è ricercata e trovata lì dove viene offerta. Siamo ancora capaci di questa sensibilità che è attenzione? Il critico di cucina (nel famoso film di animazione “Ratatouille”) Anton Ego cercava la prospettiva e la trova lì dove genio e arte e passione e professionalità sono presenti.

“In ogni opera, anche nel male, e nel male tanto nella pena quanto nella colpa, si manifesta e risplende ugualmente la gloria di Dio.”
Meister Eckhart

Come non vedere e godersi il divino, l’eterno, dentro la vita?
Occorre pratica, rilettura degli eventi, occorre smettere di concentrarci su quello che facciamo noi, … sta capitando qualcosa di più grande, di eterno, ogni volta, ogni fragile momento, che lasciamo crescere ciò che ha futuro in noi, con noi.
Il tempo e lo spazio dove siamo sono luogo del divino. Non lo vediamo?
Forse è proprio quanto insegnava Lui, Gesù: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli”.

clessidra tempo fermo

Antoine De Saint-Exupéry (nel libro “La Cittadella”):
“Se tu ti sentirai come un ramo strettamente attaccato all’ulivo, nelle tue oscillazioni assaporerai l’eternità e allora il tuo tempo non sarà più come il tempo della clessidra che apaticamente consuma la sua sabbia ma come il tempo del contadino che con gioia lega i suoi covoni”.

 

 

 

Argomenti: Quotidianità | Vangelo | Vita
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