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Un malato non deve mai essere solo

da | 10 Febbraio 2021 | Testimonianze

L’11 febbraio, giorno dell’apparizione della Madonna a Lourdes, ricorre la Giornata Mondiale del Malato, istituita da Papa Giovanni Paolo II nel 1992, per incoraggiare le persone a pregare per chi soffre a causa di malattie e per coloro che li assistono.

Papa Francesco ha scelto di introdurci nella Giornata di quest’anno attraverso il brano di Matteo 23,1-12, in cui Gesù invita la folla che lo sta ascoltando a non imitare l’ipocrisia di scribi e farisei che “dicono e non fanno”, ma a mettersi a servizio dell’altro, sapendo che “uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli”.
“Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù (…) propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio” – Dice Papa Francesco richiamando alla mente il buon Samaritano (Lc 10,30-35).
“La vicinanza è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia” – continua Papa Francesco – invitandoci a vivere “questa vicinanza, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili”.

Messaggio stupendo quello del Santo Padre che vi invitiamo a leggere nella sua totalità.

Lasciamoci toccare dalla testimonianza di Elisabetta, un’amica che lavora come Responsabile dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico in una struttura ospedaliera:

“Buongiorno, come posso esserle utile?”
Le tendo la mano.
Lei scosta il mio gesto. Si siede, rigida, sulla sedia di fronte a me, la borsetta e un pacco di fogli, referti, fatture stretti fra le mani.
La guardo: potremmo avere la stessa età, lei invecchiata dal dolore.
La guardo, le sorrido.
“Vergognatevi, non riuscite a darmi quello di cui ho bisogno, è da settimane che cerco di prenotare questo esame e devo venire qui di persona, ai telefoni non rispondete mai, non ho tempo da perdere io. E adesso che sono qui, mi dite che non c’è posto per me. Voi non sapete cosa sto passando!”.
I tratti tesi, la rabbia che, prima che dalla bocca, le esce dagli occhi. Le urla che non riesce più a trattenere.
Mentre erutta rabbia, io la guardo.

Penso che abbiamo fallito ancora una volta.
Un ospedale che non riesce a capire, e poi esaudire, le esigenze del malato….

Cosa mi sta chiedendo questa donna?
Dove il mio servizio ha fallito?
Come rimediare a queste criticità?
Penso: quando avrà finito di urlare, devo essere in grado di darle le risposte che merita.
Quando smette di urlare, le sorrido, non un sorriso sfacciato, no, appena percettibile.
Sento di amarla nel profondo, sento il suo dolore che rotola fuori dal corpo, lo prendo dentro di me. Adesso anch’io mi sento vecchia e pesante.
Inizia a piangere piano, poi sempre più forte. Tutto il suo tempo lo sta dedicando al figlio che ha subito un’amputazione della gamba in seguito ad un incidente stradale.
“Come potrà più vivere, fare sport, lavorare, costruirsi una famiglia? Dall’incidente si è chiuso in se stesso e non vuole più vedere nessuno. Odia il mondo! Io vivo per lui, ho lo stomaco a pezzi, ho bisogno di cure, lui ne ha ancora più bisogno di me!”
Questa donna necessita sì di un esame, ma prima ancora di trovare un servizio snello e veloce, che non le faccia perdere altro tempo. Prima ancora ha bisogno di essere ascoltata.
Mi chiedo come posso offrire questo ascolto a tutti i malati che a centinaia telefonano ogni giorno.
Guardo le mie ragazze addette al call center, stanno parlando dalle 8:00 di questa mattina, le parole che escono a fiumi, la stanchezza sui loro volti, siamo quasi in chiusura.
Come posso inserire l’ascolto in questi pochi istanti dedicati ad ogni malato e poi conciliare l’esigenza di raggiungere i numeri richiesti dall’azienda?
Intanto Anna è sfinita, mi guarda con pazienza, quella pazienza che ha trovato dentro di sé nel momento in cui nessuno le ha mai dato una risposta. Aspetta che io parli.

 

….. E io le racconto di me…….

Anch’io, qualche anno prima, ho vissuto la stessa esperienza di dolore, non da mamma, da sorella.

Le dico che comprendo la sua sofferenza, che ora non sarà più sola, la accompagnerò nel suo viaggio, se lo vorrà.

Mi alzo e la abbraccio.
Ringrazio Dio di averla messa sul mio cammino. La sua storia mi costringe, ancora una volta, a farmi delle domande, a cercare delle risposte, a rivedere le priorità, a prendermi cura delle relazioni. Da oggi Anna può contare su di me, ci scambiamo i numeri di telefono e d’ora innanzi le nostre vite si intrecceranno, un futuro di solidarietà, un rapporto che si sta costruendo sull’aiuto reciproco.

Penso al malato, al bisogno forte di vedere esauditi i suoi bisogni e, attraverso queste numerose esperienze quotidiane, cerco di costruire un ospedale fondato sulla solidarietà.
Penso che ogni malato abbia una sua dignità.
Penso che un ospedale debba essere costituito, oltre che da figure professionali, da persone gentili.
Penso che Anna tornerà a sorridere se avrà accanto delle persone caritatevoli, che ascoltano, che comprendono, che sanno far intravedere una luce nella crepa della solitudine.

Un malato non deve mai essere solo.

Allora diamoci obiettivi nuovi e raggiungibili: ognuno di noi lavori con pazienza, entusiasmo, gentilezza, attenzione. Guardiamo, sorridiamo, stringiamo mani, stendiamo ponti per costruire una società che sa prendersi cura dei più fragili e dei sofferenti.

Dio è con noi!

Elisabetta Allegri

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXIX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

 

Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8). La relazione di fiducia alla base della cura dei malati

Cari fratelli e sorelle!

La celebrazione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio 2021, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è momento propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi deputati alla cura sia in seno alle famiglie e alle comunità. Il pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. A tutti, specialmente ai più poveri ed emarginati, esprimo la mia spirituale vicinanza, assicurando la sollecitudine e l’affetto della Chiesa.

1. Il tema di questa Giornata si ispira al brano evangelico in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che dicono ma non fanno (cfr Mt 23,1-12). Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale. Il rischio è grave; per questo Gesù usa espressioni forti, per mettere in guardia dal pericolo di scivolare nell’idolatria di sé stessi, e afferma: «Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (v. 8).

La critica che Gesù rivolge a coloro che «dicono e non fanno» (v. 3) è salutare sempre e per tutti, perché nessuno è immune dal male dell’ipocrisia, un male molto grave, che produce l’effetto di impedirci di fiorire come figli dell’unico Padre, chiamati a vivere una fraternità universale.

Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio (cfr Lc 10,30-35).

2. L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro. La condizione di creaturalità diventa ancora più nitida e sperimentiamo in maniera evidente la nostra dipendenza da Dio. Quando siamo malati, infatti, l’incertezza, il timore, a volte lo sgomento pervadono la mente e il cuore; ci troviamo in una situazione di impotenza, perché la nostra salute non dipende dalle nostre capacità o dal nostro “affannarci” (cfr Mt 6,27).

La malattia impone una domanda di senso, che nella fede si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza, e che a volte può non trovare subito una risposta. Gli stessi amici e parenti non sempre sono in grado di aiutarci in questa faticosa ricerca.

Emblematica è, al riguardo, la figura biblica di Giobbe. La moglie e gli amici non riescono ad accompagnarlo nella sua sventura, anzi, lo accusano amplificando in lui solitudine e smarrimento. Giobbe precipita in uno stato di abbandono e di incomprensione. Ma proprio attraverso questa estrema fragilità, respingendo ogni ipocrisia e scegliendo la via della sincerità verso Dio e verso gli altri, egli fa giungere il suo grido insistente a Dio, il quale alla fine risponde, aprendogli un nuovo orizzonte. Gli conferma che la sua sofferenza non è una punizione o un castigo, non è nemmeno uno stato di lontananza da Dio o un segno della sua indifferenza. Così, dal cuore ferito e risanato di Giobbe, sgorga quella vibrante e commossa dichiarazione al Signore: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).

3. La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali (cfr Enc. Fratelli tutti, 22). L’attuale pandemia ha fatto emergere tante inadeguatezze dei sistemi sanitari e carenze nell’assistenza alle persone malate. Agli anziani, ai più deboli e vulnerabili non sempre è garantito l’accesso alle cure, e non sempre lo è in maniera equa. Questo dipende dalle scelte politiche, dal modo di amministrare le risorse e dall’impegno di coloro che rivestono ruoli di responsabilità. Investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate è una priorità legata al principio che la salute è un bene comune primario. Nello stesso tempo, la pandemia ha messo in risalto anche la dedizione e la generosità di operatori sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana.

La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino ad ogni essere umano, ferito dal peccato. Uniti a Lui per l’azione dello Spirito Santo, siamo chiamati ad essere misericordiosi come il Padre e ad amare, in particolare, i fratelli malati, deboli e sofferenti (cfr Gv 13,34-35). E viviamo questa vicinanza, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili.

A tale proposito, desidero ricordare l’importanza della solidarietà fraterna, che si esprime concretamente nel servizio e può assumere forme molto diverse, tutte orientate a sostegno del prossimo. «Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo» (Omelia a La Habana, 20 settembre 2015). In questo impegno ognuno è capace di «mettere da parte le sue esigenze e aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (ibid.).

4. Perché vi sia una buona terapia, è decisivo l’aspetto relazionale, mediante il quale si può avere un approccio olistico alla persona malata. Valorizzare questo aspetto aiuta anche i medici, gli infermieri, i professionisti e i volontari a farsi carico di coloro che soffrono per accompagnarli in un percorso di guarigione, grazie a una relazione interpersonale di fiducia (cfr Nuova Carta degli Operatori Sanitari [2016], 4). Si tratta dunque di stabilire un patto tra i bisognosi di cura e coloro che li curano; un patto fondato sulla fiducia e il rispetto reciproci, sulla sincerità, sulla disponibilità, così da superare ogni barriera difensiva, mettere al centro la dignità del malato, tutelare la professionalità degli operatori sanitari e intrattenere un buon rapporto con le famiglie dei pazienti.

Proprio questa relazione con la persona malata trova una fonte inesauribile di motivazione e di forza nella carità di Cristo, come dimostra la millenaria testimonianza di uomini e donne che si sono santificati nel servire gli infermi. In effetti, dal mistero della morte e risurrezione di Cristo scaturisce quell’amore che è in grado di dare senso pieno sia alla condizione del paziente sia a quella di chi se ne prende cura. Lo attesta molte volte il Vangelo, mostrando che le guarigioni operate da Gesù non sono mai gesti magici, ma sempre il frutto di un incontro, di una relazione interpersonale, in cui al dono di Dio, offerto da Gesù, corrisponde la fede di chi lo accoglie, come riassume la parola che Gesù spesso ripete: “La tua fede ti ha salvato”.

5. Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato.

Affido tutte le persone ammalate, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi. Dalla Grotta di Lourdes e dagli innumerevoli suoi santuari sparsi nel mondo, Ella sostenga la nostra fede e la nostra speranza, e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno. Su tutti e ciascuno imparto di cuore la mia benedizione.

Roma, San Giovanni in Laterano, 20 dicembre 2020, IV Domenica di Avvento.

 

Francesco

Quando la fragilità diventa un invito alla prossimità, un appello a sentirci responsabili degli altri, a prendercene cura avviene l’incontro e l’incontro diventa scambio e dono reciproco.

 

il sacro cuore indica il centro di tutto
Argomenti: Fragilità
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