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Vogliamo un mondo in pace

da | 6 Maggio 2022 | Spiritualità nel quotidiano

Guerra e pace,
due termini che esprimono bene le due spinte opposte presenti nel vissuto sociale.
Siamo chiamati a sposare la causa della pace,
bene inestimabile per il bene di tutti.

È mai possibile che le guerre esistano in continuazione nel mondo, come tanti incendi che divampano?
Ad oggi se ne contano una trentina, più o meno conosciute, tutte devastanti. Sono enormi le sofferenze e le morti che provocano, gli odi che si trascinano nel tempo, eppure esplodono a macchia di leopardo con tutta la loro carica dirompente.
Come mai questa triste realtà?

Il male oscuro

Gli studiosi si sono chiesti se sia possibile eliminare l’aggressività umana, che spesso diventa violenza distruttiva. Einstein lo ha chiesto a Freud, profondo conoscitore della psiche umana, e si è sentito rispondere: «Non c’è speranza di poter sopprimere le inclinazioni aggressive degli uomini», perché sono insite nella natura dell’uomo. Alcune servono per far fronte alle difficoltà della vita, quindi sono positive, ma molte sono utilizzare per aggredire, sovente con violenza fine a se stessa o finalizzata a interessi di supremazia. Da qui le prepotenze e le guerre.

Un sogno infranto

Davamo per scontato che il periodo di pace vissuto in Europa, dopo la seconda guerra mondiale, potesse continuare. C’era stato, è vero, il conflitto dei Balcani (1991-2001), ma percepito limitato e lontano dal cuore dell’Europa. La realtà dell’Europa Unita sembrava una garanzia di fattiva pace caratterizzata da collaborazione, benessere, progresso. Il suo allargamento a Est portava a pensare che si potesse estendere agli Urali, un’Europa che respirava a due polmoni, sognata e così definita da Papa s. Giovanni Paolo II.
La guerra provocata dall’aggressione della Russia all’Ucraina ha infranto un sogno e ha causato una serie di problematiche da cui non sarà facile riprendersi. Prepotenza richiama reazione difensiva e anche ritorsione punitiva. Si sono, così, innescati meccanismi che hanno portato a sovvertire l’impianto in atto. All’azione distruttiva della Russia, si è risposto con le sanzioni economiche degli Stati Uniti e della UE che hanno agito da deterrente ma hanno causato notevoli difficoltà anche alle nazioni che le hanno comminate. Sono emerse le fragilità in vari settori dovute all’interconnessione propria della globalizzazione ritenuta un fattore positivo e consolidato. Si è amaramente vista la precarietà dell’intreccio economico-politico e quanto sia facile compromettere un tessuto costruito con pazienza e reciproca intesa. Si è compreso quanto stia in agguato il pericolo di mandare allo sfascio decenni di lavoro costruttivo.

Riscoperta della solidarietà

Nel bisogno si sono sprigionate energie positive insperate. La popolazione ucraina, aggredita, ha serrato le fila e si è trovata più unita nel difendere la patria. I molti profughi hanno trovato generosa accoglienza negli stati europei. È emersa un’umanità, prossima e lontana, capace di una solidarietà oltre ogni aspettativa.
Il momento del vero bisogno altrui risveglia i sentimenti e le energie positive che compensano quelle dirompenti. Abbiamo ancora negli occhi le grandi manifestazioni contro la guerra in molte città europee, che hanno fatto emergere l’urgenza e il bisogno di pace. Nel contempo governi, famiglie e associazioni si sono rese disponibili nel mettere a disposizione i propri ambienti e risorse.

Amare la pace e coltivarla

Risuona sempre attuale l’esortazione di Gesù all’amore vicendevole: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17). È un invito che riguarda innanzitutto i suoi discepoli, i cristiani, ma che ha valenza per tutti. Gesù ha sempre esortato alla pace, l’ha lasciata come suo dono: «Vi do la mia pace», e ha aggiunto: «Non come la dà il mondo» (Gv 14,27). Quella del mondo è una “pace armata”, quella evangelica viene dalla reciproca accoglienza, dal perdono, dal dono di sé. Fa parte delle beatitudini che Gesù ha proposto come legge nuova: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). Siamo chiamati in causa per poterci dire “figli di Dio” ed esserlo realmente. È vero che la pace è innanzitutto dono dall’alto, che va accolto, ma nel contempo è anche conquista. Non va mai data per scontata o vissuta passivamente. Anche quando sembra consolidata, mantiene una costitutiva fragilità derivante dall’innata aggressività umana, per cui va coltivata, custodita e amata.
Ricordiamo che la pace è stata l’ultima consegna del Risorto. Si è presentato ai discepoli, ancora traumatizzati dagli eventi della passione, con il saluto della pace: «Pace a voi» (Gv 20,19) e li ha inviati nel mondo per essere ambasciatori della sua pace, realtà costitutiva della sua opera di salvezza (Gv 20,21).

Monito alla saggezza

Papa Francesco è stata, e continua a essere, una voce significativa nel ricordare che siamo tutti fratelli. Insiste sull’urgenza di deporre le armi e di perseguire la via del dialogo. Ricorda che sempre e tutti siamo chiamati ad assumerci la responsabilità per evitare di compromettere il bene comune.

A distanza di tempo, di fronte ai danni provocati, ci si rende conto delle difficoltà che si dovranno affrontare per la ripresa. Ma quanto accaduto è divenuto monito per agire con più saggezza, per non dare il primato agli interessi politici di dominio che chiudono l’orizzonte entro il proprio tornaconto. Siamo tutti interconnessi e ogni ragionamento particolarista diventa causa di spaccature dalle conseguenze incalcolabili, che portano «sangue e lacrime», come ha denunciato Papa Francesco.

Argomenti: Amore | Dialogo | Pace
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