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Padre Antonio Losappio – Missionario in Mozambico

da | 3 Febbraio 2022 | Dalle nostre Missioni

IL SEME CHE MUORE

diario di padre Antonio Losappio, missionario dehoniano

Padre Antonio Losappio è stato missionario dehoniano in Mozambico per molto tempo.
Il tumore che l’ha colpito negli ultimi anni diventa opportunità per riflettere sul suo passato di religioso e di missionario.
Coglie l’amore di Dio che l’ha sempre accompagnato.
Ha voluto rientrare in Mozambico per morire tra la sua gente.

Presentazione

Sono passati quarant’anni dalla morte del padre Antonio Losappio, dehoniano. Il suo corpo riposa nel camposanto dei missionari, vicino alla chiesa degli Angeli Custodi di Quelimane, in Mozambico.
È stata, questa, la realizzazione del suo ultimo desiderio. Dopo 37 anni di vita missionaria in Mozambico scopre di avere un carcinoma bilaterale ai polmoni. Ritorna in Italia per curarsi. La chemioterapia ha dei risultati parziali. Quando ormai tutte le risorse sono esaurite e gli restano solo alcuni mesi di vita, chiede di poter tornare in Mozambico per morirvi ed esservi sepolto. Ormai non poteva più predicare ed assistere la comunità cristiana, ma riteneva che ancora avrebbe potuto dare il suo ultimo contributo: offrire alla gente del Mozambico la sua morte! Come il seme che muore, così ha ardentemente desiderato poter seminare il suo corpo nella terra del Mozambico, ultima testimonianza di una devozione totale.
Il Signore l’ha esaudito. 
Il padre Antonio morì l’11 maggio 1982 e fu sepolto il 13 maggio, festa di Nostra Signora di Fatima, titolo onoratissimo dai cristiani del Mozambico. La sua morte avvenne durante i giorni dell’assemblea annuale di tutti i missionari, padri, fratelli e suore a Quelimane. Fu vegliato da tutti, alla presenza di tutti fu celebrata la messa da requiem, da tutti fu accompagnato alla sepoltura. Fu come un annuncio della verità della Parola di Dio che dice: “Se moriamo, moriamo per il Signore, se viviamo, viviamo per il Signore!”.
Aldo Marchesini s.c.j.

Marana-thà, vieni Signore

Io vorrei parlare della mia vita e cominciare dal 23 settembre 1980, 50º anniversario della mia prima Professione Religiosa… È stata la più bella festa che avrei potuto desiderare:
– una S. Messa celebrata con p. Aldo nella clausura delle Clarisse del Monastero del Corpus Domini in Bologna…
– e quindi, subito dopo, l’entrata nell’ospedale Malpighi al reparto Pneumologia, 5° piano, sala D, letto 19…
A 68 anni…
Una rinnovata offerta al Signore per una nuova professione di un religioso e di un missionario senza pretese, che all’altare non porta nessun dono spirituale, ma solo un corpo con due tumori ai polmoni… e un’anima senza particolari meriti.
Solamente!
L’offerta della celebrazione di una nuova Professione Religiosa, in cui vorrei che il Solo e Unico protagonista da questo giorno, fino all’ultimo mio respiro, fosse il Signore!
Io oggi accetto e desidero questa nuova professione religiosa. So che è un cammino per la morte. Ma oggi mi sembra il cammino migliore, il più meritorio e il più felice!
Nel passato le scelte sono sempre state fatte da me, e il più delle volte incoscienti e contrarie alla volontà di Dio. Oggi la scelta è fatta dal Signore! Ho la certezza di fare la sua volontà… anche se sul piano meritorio di una vita migliore, perché oggi offro al Signore la vita intera e l’offro per amore.
Mi sento così piccolo davanti al Signore, e davanti agli uomini! Di giorno in giorno, e sempre di più, tocco con mano l’assoluta inutilità della mia vita passata… So di non aver fatto niente… Ma l’angoscia più profonda viene dalla constatazione che il cammino percorso, le opere fatte, la mia vita intera, in una parola, è stata in contrasto con la mia vocazione.
Così mi sento e mi trovo nudo e peccatore davanti a Dio… È questo un dolore che si va allargando nella mia coscienza, facendo io adesso il punto sulla mia vita passata, come un bilancio di esami finali, trovandomi vicino al Giudizio di Dio…
Però devo confessare che, vicino a questo sentimento di paura e di angoscia, sento una profonda calma e serenità che viene dal Signore. Il Signore accetta la mia offerta, la vita che mi resta, la malattia e la morte che Lui sceglie per me. È la mia ultima offerta, la migliore opportunità della mia vita.
Questo desiderio di offerta mi ha messo in stato di tensione e di interiorità nei giorni vissuti all’ospedale dal 23 settembre al 13 novembre 1980. È stato un periodo di grande esperienza spirituale, vissuto alla presenza di Dio. Non vedevo e non desideravo che Lui! Desideravo soffrire per poter offrire subito qualche cosa al Signore!
Non si interpreti male questo pensiero! Il dolore spaventa tutti, e noi possiamo offrirlo anticipatamente al Signore nella calma della buona salute, ma poi nell’atto del soffrire la natura sente e si ribella. Qui io desideravo offrire lo stesso dolore, anche contrariato dalla natura, ma offerto e desiderato per amore… Oh! Non sopravalutatemi. Io non ho sofferto niente finora, ma avevo il desiderio di offrire.
Così, quando il l° novembre 1980, il giorno di tutti i Santi, mi hanno dato il verdetto – risultato delle molte analisi fatte: “Carcinoma epidermoidale ipocherotico” nei due polmoni – un tumore maligno non operabile – io ho ringraziato il Signore e ho recitato il Magnificat.
Finalmente l’indicazione certa della via che il Signore mi offriva… Non sono stato neppure per un momento triste. Anzi mi sono subito preoccupato di fare tutto perché il Signore fosse contento.
Non ho altre maniere di preparami se non abbandonandomi alla meditazione e alla preghiera.
L’avvicinarsi della morte, quando il Signore ci dà la grazia e il tempo, suscita sempre, e penso in tutte le anime, formidabili problemi. Noi ci troviamo dinanzi a Dio, e con tutte le nostre paure e i nostri limiti…
Alcune anime arrivano là mature… Sono le anime belle, come s. Teresina e tantissime altre. Anime veramente belle, totalmente pure, assolutamente fedeli. Per queste anime non ci sono paure davanti alla morte, ma la continuazione di vita celestiale, una comunione che si prolunga nell’eternità.
Veramente, per la fede, un motivo di fiducia lo dobbiamo avere tutti, non solo i Santi. Perché fondamentalmente la nostra salvezza viene da Dio. Gesù è la nostra salvezza!

Camminare in una notte oscura

Facendo adesso un bilancio della mia situazione attuale, nella vita che vivo adesso, nella malattia, davanti a Dio soprattutto e anche davanti agli uomini, io mi sento come di camminare in una notte oscura… Tutto ciò che è umano e terreno, tutto ciò che è il mio passato, tutti i miei limiti, tutto ciò che ho potuto fare, tutto il mondo che ho amato, sono adesso cose esistenti, ma immerse nell’oscurità della notte. Io so che ci sono, ma non li “vedo” più, non mi riguardano più… Il mio unico desiderio adesso è di arrivare alla luce, all’Assoluto che mi aspetta.
Io mi sento piccolo, piccolo in tutto… so che non ho fatto niente degno del Signore!… Però la meditazione del suo amore immenso, dell’infinità della sua misericordia, mi ha posto nel cuore e nell’anima un cocente desiderio di offerta, di essere tutto del Signore!
Vorrei amarlo come lo hanno amato i santi, soprattutto le anime più fedeli, le più pure, le anime religiose di clausura… Insieme a queste anime io inizio la mia preghiera tutte le volte che entro in Chiesa, mettendomi all’unisono con loro… Ma vorrei amarlo più di tutti!
Sono l’ultimo, e sono stato l’ultimo in tutto nella mia vita, ma oggi vorrei essere il primo nell’amore del Signore… So di dire cose pazzesche e impossibili. Come potrebbe avere credibilità il mio desiderio, se veramente sono un “niente”? Però come non amare Gesù che mise totalmente la sua vita al mio servizio? (Mc 10,45). Ecco allora la conclusione: vorrei amarlo tutti i giorni sempre di più, così come oggi gli offro anticipatamente la mia morte…
Sembrerebbe il mio un discorso pieno di pretese, quando invece la morte è il retaggio di tutti gli uomini, e non meraviglia nessuno!… È vero, però io la voglio così sottolineare nell’amore di offerta a Colui che offrì la sua vita per primo e per me… Non ho fatto opere degne di essere ricordate, però almeno vorrei che il Signore si ricordasse di questo mio ultimo desiderio.
Però non mi faccio illusioni, so che la morte è sempre un’angoscia… Una tristezza improvvisa può sempre venire, e certamente viene, così come viene la paura e la solitudine e il senso dell’impotenza assoluta. Deve essere terribile il morire in totale solitudine, così come si muore oggi in certi ospedali… L’ho costatato io stesso!… Un povero vecchietto della mia stessa sala, nel letto nº 20, vicino al mio… Di sera se ne va… Le infermiere si danno da fare, corrono.
Chi va a telefonare al dottore, chi a prendere l’ossigeno, altre a prendere apparecchi sofisticati per aiutare il cuore… Tutti si agitano e si preoccupano, ma nessuno chiama il cappellano!…
Qui tutti sanno che sono sacerdote missionario, ma sono stato allontanato anch’io!… La stessa figlia ha potuto vedere il babbo solo nel corridoio, quando lo portavano via.
Sì, questo è il progresso! Tutto si chiede alla tecnica, e veramente niente a Dio!… Oh, no! Se così si muore nell’ospedale, io vorrei rimanere senza i soccorsi della tecnica, ma morire tranquillo, magari fosse in una capanna della mia Africa, in mezzo al silenzio degli uomini, ma confortato dalla preghiera e dalla presenza di Dio.
Certo succederà anche a me, come succede alla maggioranza degli uomini. La morte fa paura a tutti… La paura del “dopo” morte, unita alla paura della “stessa morte”, sia che la morte arrivi come conclusione di una malattia tranquilla o sia traumatizzata da malattie dolorose: la morte è sempre una violenza.
E davanti a tale situazione l’uomo non ha scelte, ma solo deve accettare. Ecco, io accetto fin d’ora tutto! Accetto fin d’ora anche le mie immancabili reazioni, come la paura e la solitudine. E prego il Signore di accettare questa mia povertà, perché non sono che povertà e non ho altra speranza e fiducia che in Lui che si è degnato di essere il mio perdono e la mia salvezza…
Oh! Mi accorgo che sto notando cose meravigliose!… A scriverle non mi costa certo niente, ma potrò viverle?… È bella poesia dire: voglio vivere di amore… e morire di amore… come canta s. Teresina. Dio certo esaudì oltre ogni speranza i grandi desideri di Teresina. Ma come deve essere stata intensa e estremamente vissuta la vita di amore, per provocare in alcuni Santi la morte di amore…
Penso che questo fu il vero grande privilegio di s. Teresina: vivere nella sua lunga agonia la Passione di Gesù, e accettare la morte come la morte di Gesù sulla croce, la più bella morte di amore!… “Nostro Signore è morto sulla croce, tra le angosce, ed ecco tuttavia la più bella morte di amore. È la sola che si sia vista, non si è vista quella della Madonna. Morire d’amore, non è morire nei trasporti… Ve lo confesso francamente, mi sembra che sia quello che provo” (s. Teresina, tre mesi prima di morire).
D’altra parte la nostra professione religiosa, oltre a metterci su questa strada, ne fa un obbligo. Il Signore “ci chiama” (Gv 11,28) per “una scelta migliore” (Lc 10,41). È la scelta che io ho rinnovato il 23 settembre 1980, nel mio 50º di professione religiosa, entrando nell’ospedale Malpighi di Bologna. Il Signore mi ha aiutato ad accettare questo cammino, e stimo questo tempo il più positivo della mia vita. Anzi, il più intenso, e interiormente il più felice…
Però, e questo lo devo confessare con tutta sincerità, le grazie ricevute dal Signore non sono merito mio, ma sono dovute alla meravigliosa carità di un numero stragrande di anime che hanno pregato e pregano per me… Io mi sono sentito veramente piccolo, non dico umiliato, soprattutto per le tante manifestazioni di amicizia, di solidarietà e soprattutto di presenza spirituale con la preghiera!

In comunione di fede

Leggendo, giorni fa, la vita del nostro Fondatore di p. Dorresteijn, ho visto con piacere che anche il nostro “Très Bon Père” pregava così e come me (come “formulario” naturalmente!) con un colloquio molto prolungato coi santi, chiamandoli per nome e offrendo le loro lodi e ringraziamenti al Dio Santissimo. Così faccio anch’io, chiamando uno ad uno i santi che ricordo più spesso, la Madonna, s. Giuseppe, s. Teresina… ma anche nominando una ad una (e sono tante!) le belle anime della terra che pregano per me!
Voi dell’Eremo Agostiniano di Lecceto, voi del Monastero di Caterina di Bologna, voi Adoratrici del Preziosissimo Sangue di Giaveno (Torino), voi novizie Suore Marcelline di Milano, voi Domenicane di clausura del Monastero del s. Rosario di Roma, e voi tutti missionari e missionarie, suore del Cuore Immacolato di Maria, Francescane, Suore dell’Amore di Dio, Suore del Calvario e missionarie della nostra Compagnia Missionaria del S. Cuore…
Voi tutti siete i miei angeli custodi! Impossibile chiamarvi tutti per nome! Voi siete la mia vera famiglia spirituale! Non posso anche dimenticare un mondo di amici che mi seguono con vero amore, che si interessano e che pregano per me, sparsi in quasi tutte le parti di Italia e fuori.
Penso soprattutto agli amici del Portogallo, alla famiglia Luiz Cabral di Lisbona e alla famiglia Fernandes Pinto di Braga…
Durante la mia degenza all’ospedale, e fino ad oggi, ho ricevuto veramente un centinaio di lettere di tutti questi amici!
Questa meravigliosa comunione di santi, con prove di amicizia che non avrei mai sperato o pensato, mi ha fatto vivere intensamente questi mesi che io considero i più belli della mia vita. È una comunione che non deve finire qui. L’ho già scritto e detto a tutti! Spero che la loro carità nel ricordarmi e nel pregare per me, non si esaurisca solo nel chiedere al Signore la mia guarigione… ma anche per aiutarmi nel cammino che mi sta indicando il Signore, adesso in una maniera più viva e più ravvicinata.
Difatti il tentativo di cure che mi hanno dato nell’ospedale Malpighi, Divisione Oncologia, una cura chemioterapica è fallita. Il farmaco usato (ancora in fase di sperimentazione) è la “pepleomicina” – iniezioni cutanee – di origine giapponese. La “pepleomicina”, nei primi cicli di cure, dal 6 novembre al 30 dicembre 1980 ha dato l’impressione di essere per me un farmaco risolutivo. Il tumore infatti, in due differenti controlli radiografici, (il 15 dicembre 1980 e il 14 gennaio 1981) è apparso in fasi di “stasi”. Però un terzo controllo, effettuato il 20 febbraio, ha chiaramente scoperto la sua insufficienza.
Il dott. Lelli, dopo aver studiato il mio problema, il giorno 24 febbraio ha chiamato me e anche il p. Aldo per “leggermi la sentenza”. Una lettura negativa. La cura con la pepleomicina è stata un fallimento, ecco il riassunto del discorso! A questo punto mi si propone una cura alternativa, con un altro farmaco e anche questo nuovissimo e in fase di sperimentazione.
Gli effetti negativi collaterali saranno molti, perciò sarà necessario un ricovero all’ospedale nello stretto tempo necessario per l’assistenza medica e per le analisi del sangue e il controllo del cuore.
Il dott. Lelli mi chiede una decisione, perché sono cure speciali da darsi a volontari… Che devo fare? La mia risposta è già inclusa nel primo giorno di ospedale, nel 50º della mia professione, quando ho rinnovato la mia offerta al Signore. Ho accettato anche oggi, subito. “Sia fatta la santa volontà di Dio” anche se non lo posso dire con la purezza di amore del nostro p. Fondatore o di s. Teresina…
Adesso aspetto di essere chiamato all’ospedale. Ma il tempo non aiuta. Gli scioperi degli ospedalieri e forse anche la mancanza di letti disponibili, ritardano la mia chiamata. È tempo di carnevale e io passo i miei giorni dalla cella alla chiesa e dalla chiesa alla cella, leggendo e meditando. Mi piace molto il commento ai primi due capitoli delle nostre Costituzioni del p. A. Carminati s.c.j.. È un pane sostanzioso per me…
Mi fa ricordare la storia di un monaco in un affresco, mal conservato, in uno dei grandi chiostri dell’Eremo delle Agostiniane di Lecceto: un refettorio immenso, con due tavoloni pieni di pagnotte e i frati in piedi a cenare… Fuori del refettorio, in un angolo dell’orto, un frate fugge desolato perché non riesce a mangiare il pane duro della comunità… Ma gli appare il Signore che, redarguendo il fuggitivo, gli dice che per gustare quel pane deve prima immergerlo nel suo cuore di Salvatore… L’affresco non dice più niente, ma in fondo all’orto delle monache esiste una piccolissima cappella o nicchia, con una porta bassa, che doveva essere il passaggio di fuga attraverso le mura di cinta e sarebbe lì il “Quo vadis?” dell’Eremo di Lecceto, a consolazione spirituale e meditazione dei frati di tutti i tempi…
Veramente anch’io, se avessi risolto così tutti i problemi della mia vita, se tutto fosse passato per il Cuore del Signore (come vogliono anche le nostre Costituzioni), quante amare delusioni avrei evitato, come avrei trovato gioiosa la vocazione del Signore, senza tentennamenti e senza fughe…
Come attorno a quello, che allora a me sembrava un calvario, avrei trovato freschissime rose, come sono adesso attorno alla grande Croce del chiostro delle monache, un fiorire denso di rose a primavera che vestono di poesia il silenzio della vita di clausura.

Anelito di perdono e comunione

Mi viene in mente la storia di Katchì, un ragazzo africano che io ho conosciuto tra il 1978 e il 1980 a Songo (Tete). Tre volte al giorno veniva a chiedere il pane, cosa usuale che egli faceva andando di casa in casa. Ma non era usuale il “modo” con cui chiedeva: “Quero paá!”. Era un grido acuto che ripeteva ininterrottamente correndo da una parte all’altra, da una finestra all’altra, finché non si uscisse con il pane in mano. Allora lo riceveva senza una parola e poi un movimento della testa e via. “Katchì, una volta gli dico, vieni a stare qui con me. Tu lavorerai un po’ e io ti darò da mangiare e da vestire e ti darò i soldi… Vuoi?”. “Sì”. Al mattino dopo viene e, senza chiedere che cosa fare, volenterosamente si mette ad innaffiare le piante del giardino. E poi, dopo solo 20 minuti (del mio orologio), fiero della sua libertà, senza chiedere neppure il pane, lascia tutto e se ne va. Io col pane ero solito dargli abiti nuovi, calzoncini, magliette, un bel maglione per il freddo, e anche saponette per lavarsi.
Il giorno dopo appariva con la maglietta nuova, tutto sorrisi, ma sul corpo la stessa sporcizia di tutti i giorni. Un giorno l’affronto: “Katchì, questo è il sapone, se domani ritorni ancora non lavato, niente pane! Va bene?”. Puntualmente il giorno dopo ritorna nelle stesse condizioni di prima.
“Katchì, oggi niente! Finché non ti laverai”. Il povero Katchì non discute. Accetta e con la testa bassa se ne va, senza dire una parola… Io lo seguo con lo sguardo, più triste e più afflitto di lui. Lo vedo andare lungo la strada, accostandosi ai muretti di alcune case vicine, e lo vedo frugare tra le immondizie… Ne ho avuto compassione e mi sono sentito avvilito. E da quel giorno non ho posto nessuna condizione alle sue richieste di pane, frutta, vestiti, soldi…
Tante volte, anch’io mi sono sentito come lui, anch’io un povero Katchì… Nella mia vita spirituale mi sono accontentato anch’io di mangiare un pezzo di pane chiesto dalla finestra, senza partecipare in pieno all’abbondanza della mensa della casa del Signore, alla ricchezza del suo amore. Sono rimasto anch’io un povero volontario, vestito dei miei vecchi abiti, per non aver accettato in pieno la chiamata del Signore, del Signore che dà la veste candida e un mangiare celestiale ai generosi che ascoltano e seguono la sua voce… Io no! Sono rimasto come il figliol prodigo, lontano!
Katchì non aveva accettato il mio invito, forse perché ignorava l’esistenza di un vivere migliore. La cena consumata in famiglia è molto più felice e più gustosa di un pezzo di pane ricevuto per elemosina dalla finestra. Egli non sapeva che nella famiglia riunita c’è una ricchezza di amore, che non è possibile gustare stando lontano… Io però sapevo. Io sapevo di rinunziare volontariamente alla ricchezza del pane del padre, pane che era abbondante per tutti. “Quanti mercenari di mio padre hanno pane in abbondanza ed io, qui, muoio di fame” (Lc 15,17).
Katchì è la parabola della mia vita, della mia mancanza di generosità, delle mie infedeltà, delle mie resistenze alla grazia, delle mie passività, del mio poco fervore. Adesso, sarà l’età, sarà la malattia, sarà la preghiera di tante anime… o sarà una nuova grazia del Signore? Adesso tutto mi dà la dimensione del tempo perduto! Come è stato tortuoso il mio itinerario spirituale!…
Mi sento sempre più piccolo, più inutile davanti a Dio e davanti agli uomini… Quando vedo i miei confratelli pregare in chiesa, quando li vedo così disponibili e grandi lavoratori, mi sento tutto mortificato per non essere stato mai come loro, tutto amore, tutta fedeltà al servizio di Dio!
E cosa posso fare adesso, mio Dio, per accelerare i tempi della mia conversione? E che posso fare a 68 anni, inutile e infermo? Sarà sufficiente solo il desiderio di amarti, per redimere una vita passata e vissuta con poco amore e poca generosità?…
Rinnovo oggi, 4 marzo, mercoledì delle ceneri, questo mio proposito di amarti, o mio Signore. Giorno di ritiro, predicato da Aldo, e giorno di adorazione!
Sto ancora aspettando di entrare in ospedale. La prospettiva della nuova cura, il “4 Delta Adriomicina” ha preoccupato molto Aldo e suo fratello, dott. Andrea, cardiologo. Difatti gli effetti tossici e le sofferenze fisiche sono molte e anche gli scompensi cardiaci. Il dott. Andrea lo sa perché i controlli del cuore dei pazienti che usano tale farmaco passano per le sue mani. Questo dubbio di Aldo e di Andrea mi ha gettato in uno stato di perplessità. Che cosa posso decidere?
Telefoniamo al mio medico curante, dott. Giorgio Lelli. Aldo gli fa le sue osservazioni. Ma Lelli ci assicura. La tossicità è propria di tutti questi farmaci, ma gli effetti negativi non durano tutta la vita (salvo la perdita totale dei capelli!), ma una decina di giorni dopo ogni iniezione. Però si starà sempre sotto controllo medico, per il cuore e per il sangue soprattutto.
Ad ogni modo, dopo i primi cicli di cure, si potrà fare un bilancio, e stabilire se proseguire o no. Il farmaco è il migliore che esista oggi, ma non è sicuro al 100%. Finora i massimi risultati ottenuti sono stati il 20% con riduzione della massa tumorale.
Perciò nell’ora di adorazione di questo giorno di ritiro sono uscito dalla perplessità della scelta. Voglio seguire il cammino che il Signore mi sta indicando. Accetto le cure, rimetto il risultato alla volontà di Dio! Questa decisione fa ritornare la serenità e mi dà una certa gioia spirituale e un grande desiderio di offerta!
Vedo che il Signore non mi abbandona! E come può abbandonarmi? Lui che ha scelto un cammino di spine e di sangue unicamente per amore, per redimerci, per salvarci? Oh, in questa sua scelta di morte, io trovo la ragione della mia fiducia! Nelle notti passate in bianco in queste ultime settimane, con un dolore a tenaglia al lato sinistro, il pensiero dello squallore della mia vita vuota davanti al Signore è stato raddolcito dalla luce e dalla meditazione di Cristo che sceglie per me il Getsemani, la Via Crucis, e il Calvario!…
Una scelta di amore e di perdono. Il rinnovo della sua alleanza di amicizia e di salvezza. Certo, sono ben lontano da meritare il suo perdono! Ma Gesù muore per perdonarci. E il suo perdono è superiore a qualsiasi nostra debolezza, come infinito è il suo amore. Gesù non vuole la morte di nessuno. Non si vendica. Perfino dalla prima pagina della Bibbia, il Signore è contrario alla violenza e alla vendetta. A Caino che si lagnava: “Tu mi scacci ora da questo luogo… e chiunque mi incontrerà, mi ucciderà…”, il Signore rispose: “Chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte tanto”. Il Signore mise un “segno” su Caino, affinché chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse (Gen 4,14-15).
Quanto più adesso, noi del Nuovo Testamento, abbiamo la certezza del perdono di Dio! Noi veramente abbiamo ucciso il vero Abele, Gesù Cristo. E in cambio Gesù dà il suo amore a chi chiede perdono! E marca le nostre fronti col “segnale” del suo Sangue, come marcò col sangue dell’agnello le case abitate dagli Ebrei, per risparmiare loro il castigo inflitto agli Egiziani (Es 12,13): “Questo è il mio Sangue, della nuova Alleanza, il quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati” (Mt 26,28).

Avvolto dall’amore di Cristo

La sovrabbondanza dell’amore di Dio, che ha fatto dell’amore la prima legge del suo Regno, mette tutte le anime, anche dei più indegni peccatori, nelle condizioni di sentirsi una nuova creatura in questa continua festa di Pasqua del perdono di Dio!
Questo pensiero mi toglie ogni incertezza e così mi sento conquistato anch’io da Gesù Cristo. Allora, adesso non è più tempo di tristezza, ma di lode, di speranza e di amore. E dico, come s. Paolo. “Una sola cosa voglio fare, dimenticando il cammino percorso, mi protendo in avanti, corro verso la meta, in vista del premio di quella suprema vocazione di Dio in Gesù Cristo (Fil 3,13).
Posso sottoscrivere anch’io le parole di Maria Antonietta de Geuser, postulante carmelitana, morta a 29 anni: «Gesù — scriveva in una lettera del 22 giugno 1913 — mi conduce sempre per la medesima via. Non elevandomi verso la perfezione, ma sprofondandomi sempre più nella mia miseria. Direi che ogni grado di umiliazione per me, produce un grado di gloria in più per Lui. Direi che a salire da se stessi, si è ben presto limitati dalle proprie forze, e se si raggiunge la santità, non è che una santità personale e limitata. Invece, discendendo nella propria miseria, annientandosi, credo che all’estremo limite dell’IO, si cade in LUI. E la sua è la vera santità. Non so come esprimerle, Madre, il mio pensiero, ma direi che la propria forza deve consistere nel riconoscere la propria estrema debolezza e che per avere una fiducia infinita in Dio, bisogna aver perduto ogni fiducia in se stessi.
Direi che per essere puri di quell’ammirabile purezza che è la sua, basta riconoscere le proprie innumerevoli miserie, perché dal momento in cui siamo annullati completamente, Egli è NOI tutto intero. Direi che se Egli fa vivere questa piccola cosa, UNA con Lui, e se la colma delle sue grazie, è soltanto perché è veramente minima» (P. Domenico Mondrone sj I santi ci sono ancora, vol. VI).
Io penso che soltanto chi riesce a raggiungere le altezze di Dio può vedere fino in fondo l’estrema povertà delle creature. Come tutto appare infinitesimale nel modo visto dall’alto! Ma è necessario avere presenti questi due punti estremi di riferimento: l’altissima santità di Dio e l’infinita povertà spirituale dell’uomo per avere una pallida visione o idea della magnanima e misericordiosa carità di Dio. “E l’amore di Dio consiste in questo: non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma è Lui che ha amato noi ed ha mandato suo Figlio come vittima di propiziazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). E adesso nella preghiera e nella meditazione voglio rifare la lettura della mia vita alla luce di questo amore gratuito e immenso del Signore per me!…
Nella mia missione di Pebane (Mozambico), tutti i sabati, venivano anche da 50 km lontano i poveri della zona, per la maggior parte vecchi, zoppi, ciechi o in qualche modo invalidi.
Facevano il giro delle varie abitazioni e tutti davano qualche cosa, in soldi, cibarie o vestiti. Noi, anzi, avevamo organizzato una questua o sottoscrizione per loro, per evitare che si vedesse lo spettacolo della sfilata della povertà per le strade, con grave incomodo dei poveri che non potevano camminare! (un particolare curioso è che i nostri poveri non andavano alla spicciolata, ma in un unico gruppo). Così una nostra suora passava settimanalmente per tutti i negozi e per tutte le famiglie, riceveva i soldi, confezionava i pacchetti di farina, zucchero, sapone, ecc. La suora irlandese, Madre Veronica Ryan, era l’anima di tutto. Anzi bisognava moderarla anche nella nostra casa, se no le stesse nostre provviste mensili della missione scomparivano in un solo giorno, naturalmente a favore dei poveri. Non c’era nessun africano, nel raggio di un centinaio di km, che non conoscesse personalmente Madre Veronica o non fosse stato soccorso nelle sue necessità alla missione.
Questo movimento adesso è scomparso. Conforme le nuove idee rivoluzionarie, è proibito chiedere la carità… tutti devono lavorare! Della storia di questi miei poveri ho un bellissimo ricordo. Un gruppo di poveri erano cristiani o nostri catecumeni. Non mancavano mai alla messa.
Ma quello che più mi impressionava era la loro compostezza in chiesa. E immancabilmente all’offertorio di ogni messa domenicale, due di loro, un vecchio zoppo che conduceva per mano un altro vecchietto cieco, avanzavano lentamente dal fondo della chiesa e venivano a deporre le offerte che avevano ricevuto il sabato prima dalle nostre stesse mani e, fieri della loro dignità, si ritiravano sorridenti. Un rito che si ripeteva sempre puntualmente ad ogni festività.
L’offerta dei più poveri sopra l’altare del Signore!… È stata così l’offerta di tutta la mia vita. Una offerta poverissima! Non ho mai saputo dare di più al Signore: solo la mia povertà, le mie insufficienze, i miei limiti, le mie miserie e tante volte i miei peccati!…
Ma il Signore mi ha accettato così, da sempre! Il segno della mia povertà spirituale incomincia già nella mia infanzia!…

Sprofondare nella certezza del Suo amore

Chi conosce il mistero della grazia o il potere della preghiera? Tante volte noi raccogliamo con gioia (e forse anche con un po’ di orgoglio) là dove altri hanno seminato nel silenzio e nelle lacrime… Il lavoro più grosso, impegnativo e fondamentale, è sempre fatto dalla grazia di Dio che opera in tutto! Quante illusioni noi ci facciamo! Nel mondo dello spirito, non vale lo “strafare”, ma l’unione con Dio e un’anima unita a Dio e che sa pregare: ecco il segreto dei successi nell’apostolato! “Pregate il Signore della messe…” — dice Gesù — perché mandi i suoi operai a “mietere” cioè a raccogliere i frutti della preghiera. Oh, io so a chi devo tanti aiuti ricevuti, tante situazioni difficili e superate, tanti pericoli evitati, e tutto quel bene che ho potuto fare…
Nel 1947, partendo dal mio paese, ricevetti il “crocefisso” dalle mani del vescovo nella nostra chiesa di s. Domenico di Andria (Bari). Dopo la funzione due vecchiette mi avvicinano in sacrestia: “Padre, noi non abbiamo niente da darle; si ricordi di noi…” e mi danno due immaginette della Madonna.

Il 7 settembre dello stesso anno, vado a Bologna per l’addio ufficiale: siamo 16 missionari in partenza, per l’Argentina, per Madeira e il mio gruppo di 6 missionari per il Mozambico. Il Cardinale ci dà il “crocefisso” nella basilica di s. Bartolomeo in Bologna. Come missionario più anziano del gruppo, io dico due parole di circostanza. Anche là, dopo la funzione, una signora mi dice: “Padre, io non ho nulla da darle; si ricordi di me…” e mi dà un’immaginetta della Madonna. Il giorno dopo, sul treno che ci porta a Milano, un’altra signora ripete le stesse parole e lo stesso gesto: “Padre, io non ho nulla da darle, si ricordi di me…” e mi dà un’immagine della Madonna!
Queste tre coincidenze io le ho meditate e portate con me in Africa, e le ho ancora oggi nel cuore, come una grande ricchezza: la certezza di non trovarmi da solo, il sapere che la Madonna mi aveva dato un “segnale” di protezione!
La mia confusione comincia quando mi confronto con la realtà. Dopo il mio ritorno dall’Africa, per poter essere ricoverato in ospedale, sento in coscienza di aver vissuto una vita vuota, di non aver fatto niente di valido… Forse penso così trovandomi vicino al traguardo finale… Ma io sono estremamente convinto della mia povertà, non solo perché adesso penso così, ma per essere stato così tutta la mia vita. Francamente, so che altri penseranno il contrario, soprattutto perché “materialmente” ho fatto molto…
L’ispettore provinciale delle scuole della Zambesia, il sig. José Alves Pereira, mi ha scritto dal Portogallo il mese di gennaio di questo 1981 incoraggiandomi per la mia malattia e mettendo in risalto che se anche non potessi tornare in Mozambico, le tante opere che ho lasciato in Zambesia, chiese monumentali, scuole, officine, internati, ecc. continuerebbero a parlare ancora di me… Ora io non dò più valore al fatto materiale e non mi interessa che altri ne facciano gli elogi. Invece vorrei che io stesso, davanti al Signore, avessi una parola valida, una vita religiosa ben vissuta, una fedeltà di amore. Questo invece, al livello che avrei dovuto, non c’è stato. Non ho dato tutto al Signore!…
Con la rivoluzione del 1975, anno dell’indipendenza del Mozambico, e la nazionalizzazione delle opere, delle chiese e delle nostre case, c’è stato un rinnovamento spirituale anche nella nostra vita missionaria e nelle comunità cristiane. Lasciati gli edifici di pietra, ci siamo dati a costruire le chiese vive. Senza traumi! Abbiamo cominciato a vivere e assaporare veramente il Vangelo delle Beatitudini e della povertà… E così, davanti a questa nuova maniera di pensare e di vivere, per me (dico per me!) cadono tutti i valori degli edifici materiali, costruiti e ora abbandonati, e rimane la nudità della mia mancata generosità col Signore.

Io non so cosa pensereste voi alla vigilia della vostra morte… Se continuereste a giocare, come s. Luigi Gonzaga… o no! A me sono venuti tutti questi pensieri, tutti insieme, affiorati alla coscienza, davanti alla notizia che è possibile per me una morte imminente… Questi pensieri me li sono meditati nella mia degenza all’ospedale… Ma invece di cadere nella tristezza, la coscienza della mia vita passata mi ha fatto sprofondare nella certezza dell’amore del Signore per me, e nel desiderio di amarlo!

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Argomenti: Chiesa | Missione
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