21 Febbraio 2024 Luca 11, 29-32

Giovanni Nicoli | 21 Febbraio 2024

Luca 11, 29-32

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.

Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.

Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Una storiella illuminante: un professore universitario, esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo di studenti, usò un’illustrazione che rimase per sempre impressa nelle loro menti. Per colpire nel segno il suo uditorio di menti eccellenti propose un quiz, poggiando sulla cattedra di fronte a sé un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per la conserva di pomodoro. Chinatosi sotto la cattedra, tirò fuori una decina di pietre di forma irregolare, grandi circa un pugno, e, con attenzione, le infilò nel barattolo. Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun’altra pietra poteva essere aggiunta, chiese alla classe: “Il barattolo è pieno?”. Tutti risposero di sì. “Davvero?”. Si chinò di nuovo sotto il tavolo e tirò fuori un secchiello di ghiaia. Versò la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i sassolini scivolassero negli spazi tra le pietre. Chiese di nuovo: “Adesso il barattolo è pieno?”. A questo punto la classe aveva capito: “probabilmente no” rispose uno. “Bene” replicò l’insegnante. Si chinò sotto il tavolo e prese un secchiello di sabbia, la versò nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio rimasto libero. Di nuovo “Il barattolo è pieno?”. “No” rispose in coro la classe. “Bene” riprese l’insegnante. Tirata fuori una brocca d’acqua, la versò nel barattolo riempiendolo fino all’orlo. “Qual è la morale della storia?”. Chiese a questo punto. Una mano si levò all’istante: “la morale è: non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda; se lavori sodo ci sarà sempre un buco per aggiungere qualcos’altro!”. “No, il punto non è questo. La verità che questa illustrazione ci insegna è: se non metti dentro prima le pietre, non ce le metterai mai”. La domanda è: “Quali sono le pietre (cioè le cose essenziali) della tua vita?”.

I segni sono essenziali alla vita dell’uomo. Ma i segni possono essere strumenti di idolatria quando vengono presi e cercati come qualcosa senza i quali noi moriamo. A costo di ripetermi affermo che i segni possono essere le pietre nella nostra vita oppure possono essere sabbia. Se riempiamo la nostra vita di sabbia non vi sarà più posto per le pietre. Gesù è la pietra angolare che i costruttori hanno scartato. Gesù è la pietra angolare della nostra vita che troppo spesso noi rischiamo di scartare. Scartata questa pietra non ci rimane che costruire la nostra esistenza sulla sabbia e noi sappiamo che vennero i venti, strariparono i fiumi e si abbatterono su quella casa e quella casa crollò. Il problema non è tanto che la nostra casa crolli, anche questo fatto appartiene alla categoria dei segni dell’apparenza: chissà cosa diranno gli altri, che figura ci farò!?! Il problema sta a monte: quali sono le basi della mia vita.

“I miserabili” di Hugo sono una miniera di saggezza. Leggendoli mi sono chiesto, con le lacrime agli occhi: quale è il succo della vita di Jean Valjean e di queste 1300 pagine di libro? Una sola: amare lasciando perdere tutto il resto. L’unica domanda che Jean si faceva nella concretezza della vita era: come posso amare, come posso amare gratuitamente, come posso amare e poi sparire, come posso amare e poi abbandonare tutto il resto, come posso amare rimanendo libero dalla riconoscenza, come posso amare senza che gli altri sappiano, come posso fare felice la mia Cosette pur rimettendoci io, io che sono indegno di ogni considerazione perché perseguitato dalla legge? Quante volte quest’uomo nella sua vita ha sofferto ingiustamente? Eppure non si è mai ribellato. Ha sofferto per amore e stop. La figura del vescovo che l’aveva convertito con un dono lo ha perseguitato, nel senso buono della parola, per tutta la vita. L’ha perseguitato con la luce dell’amore e del dono. Tutto il resto è passato in secondo piano. Oh, la sofferenza l’ha pagata! L’amore l’ha pagato con la sua sofferenza. Ma il segno che lui ha sempre cercato non è stato quello del non soffrire, come troppo spesso facciamo noi, ma il segno che lui ha cercato è stato “quale è il vero bene in ogni situazione e come devo pormi io perché questo bene possa trionfare”!

Io mi accorgo sempre più che se non siamo disponibili a soffrire non riusciremo mai ad amare veramente. Ecco il segno del Crocifisso: l’amore soffre, sempre e comunque. Se non soffre e soprattutto se non riesce ad accettare e spesso anche a scegliere di soffrire, non è amore! L’amore sofferente è dare e stare in silenzio; l’amore sofferente è donare e poi sparire dalla circolazione; l’amore sofferente non è schiavo dei risultati; l’amore sofferente sa cosa significa perdonare; l’amore sofferente sa spingere ma sa anche attendere i tempi dell’altro; l’amore sofferente spesso avanza nel buio della incomprensione e nella palude dell’abbandono; l’amore sofferente spesso rimane solo e abbandonato come un vecchio che dopo avere dato tutto per i suoi viene scaricato alla prima casa di riposo della zona perché noi siamo troppo occupati a fare altro per potere avere tempo di amarlo. L’amore è sofferente. Questo è il segno che ogni giorno possiamo incontrare sulle strade della nostra vita, questo è il segno che continuamente noi non sappiamo e non vogliamo riconoscere, questo è il segno che continuamente noi trattiamo da non segno rifiutandolo, questo è il vero segno dei tempi che tutti possono vivere.

Non è vero che le comunità cristiane non hanno più senso: ce l’hanno se la smettono di correre dietro ai segni organizzativi che ci permettono di dire noi ci siamo e siamo in tanti e ci siamo riusciti, ed iniziano a seguire invece la vita che è amore nella sofferenza e sofferenza nell’amore.

Domandiamo al Signore che ci renda capaci quest’oggi di mettere al centro della nostra esistenza queste pietre per poterci poi costruire sopra la vita.

Chi ha bisogno di segni per credere ha gli occhi chiusi su se stesso e sul mistero contenuto nella propria interiorità.

Avveduto

 

Non occorrono altri segni al di là di quelli che la vita ci mette sul cammino. Occorre piuttosto la capacità di leggere la vita a partire dal segno permanente che per noi resta Gesù Cristo, il suo mistero di morte e di risurrezione.

Savone

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