12 ottobre 2021 Luca 11, 37-41

Giovanni Nicoli | 12 Ottobre 2021

Luca 11, 37-41

In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

Non si tratta tanto di un’esteriorità che è giudicata negativamente dalla nostra vita e nella nostra vita. Si tratta invece di un’attenzione esagerata e prioritaria a ciò che prioritario non è.

Noi siamo attenti, nella nostra educazione prima e nella nostra crescita in autonomia adulta poi, a ciò che gli altri vedono, a ciò che si vede. Siamo molto attenti a ciò che diciamo e alle nostre scelte gestuali. Siamo molto attenti al comportamento. Anche quando siamo così instupiditi da giustificare dei gesti criminali. Noi siamo comunque attenti a questa esteriorità della persona, non fosse altro che per giustificarla.

È vero che i nostri gesti esterni possono fare del male o del bene, se noi agiamo in un modo anziché in un altro. Ma ciò di cui siamo poco convinti, è il fatto che i gesti esterni dipendono da quel cuore indurito che noi ci intestardiamo a non educare: a questo Gesù oggi ci richiama nel vangelo.

Non riusciamo ad avere cura della nostra interiorità. La giudichiamo cosa secondaria, cosa teorica, cosa per chi ha del tempo da perdere. Per noi tutto questo è teoria mentre pratica e piedi per terra sono il fatto che gli altri, se mi avvicinano bisognosi, vogliono solo sfruttarmi ed imbrogliarmi. Non mi accorgo che il problema non è cosa gli altri vogliono, può benissimo darsi che vogliano imbrogliarmi, ma cosa sono disponibile ad essere io per loro.

Preferisco essere un bauco, come mi diceva un prete, piuttosto che non fare il bene? Vale a dire: preferisco sbagliare nel fare il bene piuttosto che sbagliare nel non farlo? Preferisco esagerare nel bene piuttosto che esagerare nella prudenza a farlo. Ma fare questo significa avere un cuore buono e libero. Significa, in altri termini, non essere preoccupato dell’intenzione dell’altro, che tanto so che giudico negativamente, anche quando la giustifico, ma essere attento alla mia intenzione, alla mia capacità di gratuità, alla mia disponibilità ad essere per l’altro.

So benissimo che l’altro la può usare male. Ma so anche benissimo che nella misura in cui quello che io sono è vero, è autorevole, è gratuito, non è legato alle cose che dono oppure non dono; sarà vero, buono, gratuito anche il rapporto che instaurerò con colui a cui mi sono fatto prossimo.

Questa verità dell’essere nessuno potrà mai togliermi e nessuno potrà mai rovinare, al massimo potrà essere usata male, ma la verità che c’è in me rimane tale e non dipende dall’uso che l’altro ne fa. Se io mi metto nelle mani delle intenzioni del prossimo per giudicare buona e vera una mia azione, io altro non faccio che manifestare la mia immaturità e la mia dipendenza dai risultati. Atteggiamento tipicamente adolescenziale, non certo umanamente maturo e quindi tantomeno cristiano.

L’attenzione al cuore e all’interiorità è un atto di coraggio, è un investimento a perdere sul futuro, è passo utile ad un servizio vero all’umanità. È dal cuore che nasce disponibilità al dialogo, laddove ne emerge la necessità e la disponibilità. È dal cuore che nasce la pace laddove dialogo non è possibile. È dal cuore che nasce l’attenzione all’attesa e alla speranza, laddove sembra che di speranza non ve ne sia. È dal cuore che nasce l’obbedienza all’incarnazione e ad avere i piedi per terra, accogliendo con pace quello che non va, se vediamo che non è correggibile almeno in quel momento.

Da un cuore educato non può scaturire il giudizio sull’altro perché non è disponibile a vivere da adulto e da persona. Non ne abbiamo bisogno. Non tanto perché noi viviamo in un nirvana distaccati dalla vita. No, ma proprio perché siamo inseriti ed incarnati nella vita, noi saremo persone che vivono in tutta libertà la conflittualità della vita. Quella conflittualità che diventa vita e non morte, che diventa movimento e non paralisi.

Allora sarà veramente possibile fare l’elemosina perché in grado di accogliere e vivere l’invito di Gesù: “Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro”.

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di guardare quel mucchio di carne inerte e nuda al bordo della strada.

Non è quello il momento di rivolgere il pensiero a Dio.

Ci sono momenti in cui bisogna pensare a Dio dimenticando tutte le creature senza eccezione,

come ce ne sono altri in cui guardando le creature non bisogna pensare esplicitamente al creatore.

Simone Weil

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