In quel tempo, Gesù disse ai discepoli:
«Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Nella prima parte del vangelo di oggi troviamo una parabola che è commento al v. 3: dacci oggi il nostro pane quotidiano. Questa parabola, spinge ad una fede osante.
Uno dei problemi che ogni giorno noi ci troviamo a vivere quando vogliamo discernere come agire, è quali atteggiamenti assumere. Gran parte del nostro discernimento cade su questo versante: quale atteggiamento è meglio avere anziché quale è la cosa buona in quella situazione.
Il vangelo di oggi ci spinge ad osare. Spingendoci ad osare ci dice in altre parole che non è un problema l’osare ma il per che cosa e il per chi osare. Osare ed essere sfacciati, essere dei rompiscatole con fede e per fede è una cosa buona. Significa che ci teniamo a quella cosa che ci sembra importante per la nostra vita e per la vita dei nostri fratelli: il pane quotidiano, l’eucaristia.
L’amico che dorme è il Cristo che si è addormentato nella morte in Croce: lo dobbiamo svegliare con la nostra insistenza perché, risorto, possa diventare dono sulla mensa eucaristica, possa diventare dono sulla tavola di tanti fratelli. Questo pane desiderato e accolto, diventa dono per i fratelli. Nel momento stesso in cui il pane dell’eucaristia viene sul nostro tavolo, diventa per noi una provocazione alla condivisione, al sentirci fratelli (Padre nostro), al portare questo stesso pane all’amico che è in viaggio di notte e che ha bisogno di luce, sostegno, amicizia, Cristo.
Ecco perché osare nel chiedere non è una cosa banale. È un desiderare Gesù, chiedere che si faccia pane per noi perché anche noi possiamo diventare pane per l’amico notturno che è in viaggio ed ha bisogno di rifocillarsi. Essere sfacciati ed insistenti per il fratello: essere tali innanzitutto con Dio e poi con i fratelli che possono. Rendere un po’ più poveri chi può troppo, per rendere meno affamati chi non può per niente.
Non ci può e non ci deve spaventare il silenzio sordo e ostile di Cristo, perché questo silenzio ha un significato profondo di salvezza: esige una fede senza limiti nel suo amore senza limiti, una fede sfacciata nel suo amore sfacciato ormai trasfigurato e senza volto, uomo dei dolori che ben conosce il soffrire, un amore che porta Cristo stesso a fare del suo sonno il luogo in cui si dona a noi. Perché il sonno non è solo riposo ma è vita.
Nela seconda parte del brano troviamo 9 parole che indicano il desiderio ( 5 volte chiedere, 2 volte cercare e 2 bussare) e 11 parole che indicano il dono ( 6 volte dare, 2 volte trovare ed essere aperto, 1 prendere).
Il desiderio rappresenta noi creature che abbiamo bisogno; il dono è Dio in quanto creatore. Il desiderio di Dio che non si nega a nessuno e si comunica a ciascuno secondo il suo desiderio. Questa è la misura del dono che è lo Spirito santo stesso.
Il tema è quella del Paternità che si esprime nel dare. Perché questa paternità raggiunga il suo bersaglio è necessario chiedere. Non perché il Padre ignori o trascuri il nostro bisogno, ma perché il dono può essere ricevuto da chi lo desidera. Se lui tarda nel dare è solo perché il desiderio cresca e si purifichi: l’aridità nella preghiera serve a rendere puro il desiderio: non pretesa ma attesa. La pedagogia del Padre ci fa passare dal mondo dei bisogni in cui viviamo, al bisogno che siamo: siamo bisognosi di Lui.
Questo ci spinge alla vera umiltà che è desiderio di ali d’aquila. Oggi viviamo una falsa umiltà, quella del volare basso con bassi profili e con costi poco elevati, in modo da evitare illusioni e delusioni. Stiamo coi piedi per terra. Ma questa è superbia che ci suggerisce di aspirare solo a ciò che è possibile a noi e alla nostra paura di vivere e di fare brutta figura.
L’umiltà vera si eleva fino a concepire l’inconcepibile, e accoglie il dono impossibile di Dio. L’umiltà vera è Maria assolutamente piccola da attrarre l’Altissimo sulla terra e generare Dio stesso, ascoltando la sua Parola.
“Nessuna barriera può resistere all’amore. L’amore osa tutto quello che può.”
Shakespeare
La preghiera è una ginnastica del desiderio: Dio è dono e si concede nella misura in cui è desiderato. La dilazione dell’esaudimento è una purificazione e una dilatazione del desiderio, perché sia capace di ricevere il suo stesso Spirito.
Fausti
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
27 Ottobre 2026 Luca 13, 18-21
L’efficacia, l’influenza, vengono garantiti dalla piccolezza, non dalla potenza dei mezzi dispiegati, o dalla quantità, dal numero.
Lo stesso granello di senape che diventa albero è importante non perché si imponga all’attenzione per la sua grandezza ma perché fa vivere gli uccelli del cielo:
è certamente visibile, ma non si tratta di una visibilità destinata all’ammirazione quanto all’utilità altrui.
Antonio Savone
26 Ottobre 2026 Luca 13, 10-17
La presenza delle donne nelle chiese, capaci di rompere il silenzio e di narrare le grandi opere compiute dal Signore, come Maria e come la donna curva,
restituisce a Dio una identità narrativa, ricca di sfumature di senso, che una narrazione solo maschile non può evocare.
Siamo tutti un po’ più poveri senza la voce delle donne.
Lidia Maggi
25 Ottobre 2026 Matteo 22, 34-40
Dovremmo tutti indire uno sciopero della parola ‘amore’, per molto tempo, perché torni puro, torni ad essere quello che Gesù sussurrava:
un amore intero, dove ci sia tutto di noi, cuore, anima, mente…
Un amore artigianale, fatto di gesti e sincerità.
Un amore fattivo, che tocca volti, corpi, occhi.
Un amore che non devi specularci sopra, non fatto di pensieri, ma di mani che stringono, sollevano, accarezzano.
Ermes Ronchi
Giovanni Nicoli | 12 Ottobre 2023