Luca 12, 35-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

È bello essere attesi. Ed è bello vivere l’attesa. È bello vedere che siamo stati attesi e, grazie a questa attesa, accolti. Che cosa attendiamo nella nostra giornata? Cosa attende un malato nel suo letto? Cosa mi attendo andando a lavorare? Cosa si attende un figlio dai suoi? Cosa ci attendiamo dalla Chiesa? Cosa ci attendiamo dalla comunità? Cosa ci attendiamo da un medico e da un politico? Cosa ci attendiamo da uno che ci fa delle promesse? Cosa ci attendiamo?

Non tutte le attese sono buone, di per sé. Vi sono attese infatti che risultano illusorie e che sono portatrici di delusione. Vi sono attese che sono fuori dal mondo e che risultano irrealizzabili e per questo campate in aria. Vi sono delle attese che sono da pazzi e che tutti dicono essere irragionevoli, attese che però diventano scommessa per la vita e diventano, per questo, fonti di speranza e fonti di vita.

State attenti al lievito dei farisei che è l’ipocrisia. Vale a dire: non fidiamoci delle apparenze, non fidiamoci di ciò che sembra, non fidiamoci di ciò che brilla ma non dà luce, non fidiamoci di quelle zone d’ombra che sembrano luoghi di nulla. La speranza si annida in luoghi impensati e in persone che sembrano inaffidabili. La speranza, o di contro la disperazione, la troviamo al di là di ogni apparenza.

L’attesa della liberazione, scriveva Frankl, dava un senso alla propria esistenza nei campi di concentramento dove anche lui si trovava prigioniero. L’attesa di potere incontrare di nuovo qualcuno di caro che viveva fuori di quell’inferno, diventava motivo di senso e speranza di vita che è stata la salvezza di molti.

E noi cosa attendiamo? E noi chi attendiamo? Dall’attesa si può comprendere la paura o la fiducia nella vita. Cosa o chi attendiamo non a parole, ma con le nostre scelte di vita? Fuggiamo dalla presenza della morte buttandoci nelle tante attività e non pensando alla stessa? O la attendiamo come luogo di saggezza per le nostre giornate? Luogo di saggezza, non di tenebre; luogo di speranza, non di disperazione.

Nella attesa vi è la nostra speranza e, nella nostra speranza vi è la beatitudine, la felicità. Non perché quella speranza si realizza e si realizza subito, ma perché quella speranza diventa motivo di vita, diventa sale che dona sapore alle nostre giornate. La felicità, la pienezza di vita sta proprio in questo: non in quello che abbiamo, che abbiamo ammucchiato nei nostri magazzini nuovi, ma in quello che attendiamo, in Colui che attendiamo.

La relazione con quello che attendiamo, con Colui che attendiamo, trasforma e segna le nostre giornate e le nostre scelte. La relazione nell’attesa ci libera dalla necessità di salvaguardare i nostri interessi e di scegliere ciò che mi conviene.  La relazione con l’atteso, diventa gioia che pervade il nostro udito pronto a cogliere i passi dell’amato; diventa battito del cuore che sente nell’aria un arrivo; diventa profumo odorato che annusa l’elettricità dell’aria. La bellezza di questa attesa diventa anche sfida, a volte, con la certezza dell’amato e dell’amata non possono ora arrivare, per qualsiasi motivo, non da ultimo il fatto che non voglia arrivare. Ma la fiducia, piena di speranza, non viene meno perché fonte di vita che continua a zampillare acqua fresca e buona.

L’atteso che arriva fa scoppiare la beatitudine della festa; e l’attesa trova compimento nel momento in cui la porta di casa si apre. Quell’attesa della domenica che è tutta piena di vita al sabato, il sabato del villaggio, che oggi non esiste più in quei termini, ma esiste in altri termini. Termini a volte troppo personali e poco comunitari, ma attesa che non viene mai meno. Nel momento in cui l’attesa venisse meno, l’umanità sarebbe più povera. Magari più piena di cose realizzate, ma senz’altro più povera di futuro e quindi di motivi di vita.

Non lasciamoci travolgere dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia; quell’ipocrisia che brilla nelle nostre realizzazioni umane sempre troppo disumane e sempre meno piene di vita. Non lasciamoci travolgere dall’apparenza delle cose che abbiamo, perché ciò che dà vita è il senso che noi diamo a ciò che abbiamo, a ciò che siamo. È l’attesa di colui che non crede più che il senso della propria esistenza dipenda da ciò che fa. È ciò che fa che dipende dal senso che la sua vita ha, non viceversa. Oltre l’orizzonte di questa apparenza troveremo un Padre che ci attende a braccia aperte, liberazione da ogni schiavitù lavorativa e realizzativa. Liberazione di abbraccio di misericordia che dona senso ad ogni nostro gesto quotidiano. Allora il servizio diventa dono di gratuità che è fine a se stesso e che non si aspetta indietro nulla. Il servizio è dono gratuito che è già ricompensa in sé.

Vigilare è aderire al presente, di leggerlo per quello che è, senza mentire mai, né applicandovi categorie improprie né occultandone i fatti che mettono in crisi la propria visione del mondo.

Vito Mancuso

Aspettare. Non è un tempo vuoto, non è una perdita di tempo. Non è una noiosa sala d’attesa, ma il luogo della decisione e della conversione, della vigilanza e della fedeltà alla Parola che dinamizza e mette in moto tutte le fibre del nostro essere, animati dalla speranza che la prospettiva ultima sia la gioia della comunione simboleggiata dal pasto servito dal padrone.

Giandomenico di Bose

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Adriana Zarri

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