Luca 14, 1-6
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.
Noi dottori della Legge, noi farisei, è ora che facciamo silenzio. Noi cristiani che abbiamo legiferato su tutto, noi che stiamo ancora legiferando in nome di valori irrinunciabili, come se i valori, se sono veri, potessero essere svalutati e rifiutati, è bene che facciamo silenzio.
Non è più il tempo, the time is over, di guerre di religione in nome di una fede vera o presunta. Non è più il tempo di scomuniche incrociate in nome di qualche cavillo teologico che non so quanto a Dio potesse importare. Non è più il tempo di giudizi e di ribadire una legge sterile che non dice più nulla a nessuno.
Per noi cristiani è l’ora della liberazione. Ora di liberazione significa riconoscere la nostra schiavitù, il nostro essere dottori della Legge e farisei.
È ora di tacere per volgere lo sguardo dalla stessa parte di Dio. Dio non guarda la Legge, Dio guarda l’uomo. Dio guarda l’uomo malato. Che questa malattia sia fisica – idropisia – o psicologica o morale, a Dio non importa. Dio non guarda la malattia che ci attanaglia cercando di trovare una scappatoia dalla Legge. Dio guarda il malato, per Lui esiste solo il malato, Lui il medico che è venuto nel mondo per guarire. È Gesù che non è venuto a condannare ma a salvare. È Lui il sole che splende sui buoni e sui cattivi. È Lui la pioggia che irrora la terra dei giusti e degli ingiusti.
Non sappiamo fino in fondo dove arriva la sapienza di Dio. Quella sapienza che è fiducia nell’uomo, soprattutto in quello malato e bisognoso, in quello peccatore. Quel peccatore che per noi dottori della Legge e farisei, diventa motivo di esclusione, per Dio diventa invece motivo di amore e di affetto.
Ripeto: non sappiamo fino a dove arrivi la sapienza di Dio, ma sappiamo di certo che i suoi tempi non sono i nostri tempi e che i tempi della conversione sono i tempi del nostro pellegrinare su questa terra. Questo non è una giustificazione al fatto che noi non arriviamo mai al dunque su certe cose, ma è manifestazione di quello che realmente siamo e di quello che realmente c’è.
È tempo di fare silenzio, sì! Di fare silenzio sulla Legge perché è tempo di grazia questo, è tempo favorevole, è il tempo di Dio. Ciò significa che è il tempo per prenderci cura della persona umana.
Alle parole che Gesù oggi ci rivolge, “è lecito o no”, noi non sappiamo rispondere con sapienza divina, per questo è meglio che ci tacciamo. Non è più il tempo di dare risposte con le labbra, le risposte giuste non interessano più a nessuno.
È tempo di rispondere invece con le mani, mettendoci subito all’opera. Non possiamo attendere che passi il sabato, oggi e non domani è bene che ci diamo le mani dattorno. È bene che ci mettiamo all’opera perché il mondo, i nostri fratelli, noi, possiamo essere salvati. Oggi, non domani perché la salvezza è cosa che riguarda l’oggi. Non possiamo continuamente rimandare la bellezza del farci prossimo. Non possiamo più essere spettatori della rovina dei nostri fratelli, cosa che accade mentre siamo in tutt’altre faccende affaccendati.
Non è più il tempo di riunioni, è il tempo di andare per strada. Non è più il tempo del tempio, è il tempo di adorare Dio in spirito e verità guardando negli occhi il fratello che per strada sta morendo.
Non è più il tempo di lunghe discussioni, di fondare un partito, di fare un altro movimento, è il tempo della grazia. È il tempo di adorare Dio in spirito e verità, con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze mentre passa per strada e mentre di nuovo si incarna nel fratello emarginato e non considerato.
Un uomo malato che rischia di rimanere per sempre fuori dal banchetto della vita; un uomo affamato che rischia di morire di fame; un uomo disperato triturato dalle sue depressioni: su di loro Dio, grazie a noi, pone il suo sguardo ed è, grazie a noi, tutto per tutti.
Oggi e non domani, nel silenzio di mani che si muovono e di piedi che camminano incontro guardando negli occhi e facendosi prossimo senza tante chiacchiere.
Chiediamo al Signore che ci guardi e che, col suo sguardo, punga noi palloni gonfiati dalla nostra falsa giustizia che ci porta a fare le guerre religiose in nome suo e ci sgonfi. Sgonfi la nostra giustizia troppo umana e poco divina. Che il suo sguardo ci aiuti a misurarci con la sua porta stretta lasciandoci ancora una volta fecondare da Lui.
Gli occhi della legge davanti a Gesù rimangono muti, perché la legge è senza la luce e la voce dell’amore e della vita. Gli occhi di Gesù e di coloro che credono alla vita e amano la vita non guardano la realtà e l’umanità alla luce della legge e dei precetti, ma alla luce della comprensione, della misericordia. (…) Chi ama non si alimenta di giudizio, ma di amore, non si alimenta di pregiudizio, ma di gratitudine.
Spoladore
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