Luca 14, 1-6
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.
Ci vuole un bel coraggio a tentare di convertire i farisei. Ci vuole un bel po’ di amore, o, come a qualcuno piace dire, di energia e di forza per entrare in casa di uno dei capi dei farisei e volerlo salvare.
Noi farisei siamo coloro che siamo convinti di avere ragione sempre e comunque. Questo in sé non sarebbe proprio una cosa cattiva, c’è un fondo di verità e di sanità mentale in questo. Il problema si presenta grosso quando questa convinzione anziché essere vissuta come una maturità umana e cristiana, viene utilizzata come maschera dietro cui nascondersi. È l’ipocrisia, la maschera che maschera ciò che realmente c’è mostrando ciò che realmente non c’è. È quasi peggio della realtà virtuale che di virtuoso non ha nulla e che invece è non presente, non esistente.
L’ipocrisia dunque maschera la paura dell’altro e l’incapacità ad ascoltare l’altro. Quando le mie ragioni anziché essere messe sul piatto della bilancia, sono messe come assoluto con chiusura assoluta alle ragioni dell’altro e dunque al confronto, il risultato non può che essere l’ipocrisia. E l’ipocrisia vela e nasconde quella paura di morte che sola può essere vinta dall’apertura all’altro, non con la chiusura nei suoi confronti.
Gesù dunque si cimenta nell’impresa più ardua: convertire noi farisei dei nostri giorni. Convertire noi farisei significa pungerci continuamente per tentare di fare uscire il veleno che avvelena la nostra vita e la vita del prossimo, cercando di esorcizzare quel lievito di morte che in questo veleno dell’ipocrisia è contenuto. Proviamo a pensare su quanto la cosa pubblica, sia essa politica o partitica o di gestione economica, non sia vita ma tentativo continuo della negazione e della morte dell’altro.
Punzecchiare il lievito di morte dell’ipocrisia per fare il vuoto e permettere al lievito del Regno di prendere casa.
È la misericordia del Padre in Gesù che gli fa accettare l’invito del capo dei farisei ad andare a pranzo da lui. Lo scopo è uno: guarirli svelando loro il male di cui sono affetti.
E li punge Gesù, per cercare di aprire quello spazio di autocoscienza che diventa luogo di riempimento di fede, vale a dire della misericordia e della sapienza del Padre.
Forse, cosa che magari facciamo fatica a credere, Gesù ama i farisei, cioè noi, più di tutti i peccatori, perché affetti dal peccato più tremendo e più nascosto che ci sia: il peccato nascosto sotto un manto di bene che si oppone al Dio della grazia e della misericordia. È la negazione del vangelo della misericordia che è il vangelo secondo Luca, per eccellenza.
La grande tentazione farisaica del credente è proprio questa: quella di cedere alla tentazione di trasformare il popolo di giustificati in una setta di giusti. Questa è la tentazione da sempre di tutte le religioni e di ogni filosofia. I giustificati lo sono non perché giusti ma perché amati da Dio e dalla sua misericordia avvolti.
La setta di giusti è la setta del fariseismo imperante in ogni religione dove si pensa che se facciamo certi gesti, se compiamo certi riti, se facciamo i bravi, se continuiamo ad appartenere a quella chiesa anziché a quell’altra, allora noi siamo giusti.
Niente di più farisaico e di falso di questa convinzione. Niente di più difficile da convertire di questo peccato che infesta le nostre chiese, religiose o laiche poco importa, e che ci porta ad aprire continuamente nuovi campi di conflitto, nuovi fronti di guerra dove ciò che vale è sostenere che è colpa dell’altro, mai mia.
Sì, perché l’uomo trova più facile portare avanti guerre di ogni sorta contro l’altro, che è il diavolo cioè il male, piuttosto che convertire la propria ipocrisia che non lo lascia libero di vedere il bisogno di pacificazione del proprio cuore e gli dice che lui è a posto e fa tutto bene.
E la vita passa mentre siamo in tutt’altre faccende affaccendati, in faccende che di vitale hanno ben poco.
C’è un riempirsi di sé che finisce per non lasciare spazio ad altro e ad altri. L’idropico soffre della mancanza di acqua, ma più si disseta più aumenta la sua sete. Così i farisei i quali continuano ad abbeverarsi a qualcosa che non può placare la loro sete. E finché non ne prendi atto, non c’è religione che tenga. È questione di vita o di morte intervenire senza dilazionare ulteriormente. Proprio come è necessario sciogliere il bue e l’asino anche di sabato, così è per questo tipo di malattia, se non vuoi che il gonfiore aumenti.
Antonio Savone
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
11 Ottobre 2026 Matteo 22, 1-14
«La liturgia non è un rito tra gli altri riti: è l’anticipazione del banchetto del regno. Ogni eucaristia è una risposta all’invito del re. Chi vi partecipa in modo indegno, senza la veste nuziale della conversione, non partecipa alla gioia del regno ma al proprio giudizio».
Alexander Schmeman
10 Ottobre 2026 Luca 11, 27-28
L’incarnazione di una parola nella nostra vita è concreta quanto una gravidanza
e un parto. Chi non vuole ascoltare prima Dio non ha nulla da dire al mondo.
Hans Urs von Balthasar
9 Ottobre 2026 Luca 11, 15-26
Per quanto possiamo armarci di buona volontà, buoni propositi e impegno,
il male delle volte è più forte delle nostre forze, e se confidiamo
solo nelle nostre capacità, prima o poi soccombiamo.
La nostra forza invece non consiste solo nel fare tutto il nostro possibile,
ma nel fare il nostro possibile insieme a Cristo.
Senza Cristo è altissima la probabilità di disperdere tutto ciò
che di prezioso abbiamo nella vita.
M. Epicoco
Giovanni Nicoli | 30 Ottobre 2026