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14 novembre 2019 Luca 17, 20-25

Giovanni Nicoli | 14 Novembre 2019

Luca 17, 20-25

In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».

Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

A me pare che la nostra insistenza a dovere giudicare come vanno le cose, sia un po’ fuorviante. Siamo preoccupati fino all’eccesso che le cose vadano bene che appena c’è qualcosa che non va, noi ci scoraggiamo o non sappiamo più che cosa fare. L’atteggiamento che noi assumiamo è l’atteggiamento della lamentela continua: è un modo di difenderci dalla fatica della vita e dalle difficoltà che la vita comporta. Questo modo di essere e di vivere, che ci può aiutare inizialmente, è un modo che, alla lunga, mostra tutto il suo limite non divenendo risolutivo di nulla. Se la nostra preoccupazione è la lamentela, nonostante i grandi investimenti fatti nel Mose di Venezia, l’acqua alta continuerà ad invadere la città. Se siamo preoccupati che le cose vadano bene è facile che anche un’opera come il Mose, utile per salvare un gioiello dell’umanità, divenga solo mezzo per guadagnarci o per rubare al meglio, perde il suo scopo che sarebbe quello di salvare la città dalle acque. Quanto sta avvenendo a Venezia è quanto avviene nella nostra esistenza: ci lamentiamo di tutto, facciamo investimenti di ogni genere, lavoriamo di più e guadagniamo di meno, corriamo sempre di più, ma non viviamo.

Magari mi sbaglio, ma sono convinto che il bisogno di avere le cose che vadano bene, sia un tranello diabolico utile forse per qualche piccineria di qualche grande dell’economia, ma non è utile per la vita. Non siamo contrari a che le cose vadano bene, riteniamo un tranello far dipendere la nostra vita dalle cose che vanno bene.

Dei dieci lebbrosi guariti solo il samaritano è tornato a fare eucaristia di ringraziamento con Gesù: la guarigione era per tutti, solo un infedele ha vissuto tale guarigione, gli altri hanno preso e se la sono portata a casa guarendo nel corpo ma non nello spirito.

Dove è il Regno, in mezzo a tutte queste cose che non vanno bene? È in mezzo a noi, è in noi. Non lo vediamo? Questo è un segno della sua presenza che non ha visibilità ma sostanza. È quella cosa che solo il cuore sa vedere, non la mente. Noi con le nostre tecniche, coi nostri progetti, con le nostre idee e razionalizzazioni, pensiamo di essere persone. Per la Bibbia la persona non è quella che è tutta a posto ed è vincente, la persona è quella che ama, cosa che chiunque può essere e fare, anche uno fuori di testa.

Il quotidiano è il luogo di salvezza o di perdizione. Il quotidiano così come ci viene incontro. Il Regno è in mezzo a noi, smettiamo di rincorrere chimere false, appariscenti e inconcludenti che servono solo a farci concludere di essere vivi.

Gesù sta camminando verso Gerusalemme. Il suo camminare è un invito ad ogni persona a camminare, con o senza lebbra, ma riconoscendo la propria lebbra. Chi riconosce la propria lebbra è adatto a camminare; il giusto, il bravo, il pio, il devoto non può camminare perché troppo intento a contemplare l’ombelico della sua bravura. Per assurdo chi non può fare questo cammino è proprio chiamato a fare e ad essere in cammino.

La vita, che è il Regno di Dio in mezzo a noi, è cammino. Nella vita troviamo di tutto e il contrario di tutto. Ma non è questo il problema. Il problema è perché viaggi, come viaggi, verso dove viaggi. Se le cose vanno bene meglio, se le cose vanno male bene ancora, perché noi non possiamo dipendere dal come vanno le cose, anche se hanno una loro importanza: sarebbe la morte della nostra umanità perché uccisione della nostra libertà.

Il vero nostro problema, forse è tempo che ce ne rendiamo conto, è dove andiamo a finire. Il vangelo ci parla della preoccupazione di alcuni della fine del mondo. In tutte le religioni si parla della fine del mondo, anche in quelle laiche e atee: la fine che andremo a fare va e viene continuamente come preoccupazione e come negazione di questa domanda fondamentale. Non serve neanche la religione per parlarne: ciò che ha un inizio ha una fine, tutto ciò che si alza prima o poi cade, è l’esperienza della nostra vita. Esperienza che noi vorremmo combattere usando le cose che vanno bene, illusoriamente bene, perché non durano e non possono durare. La fine nostra e del mondo è la cosa più naturale che vi sia: questo per noi è il problema. Mi pare invece che la presenza del Regno in noi ci dica che il vero problema, magari poco appariscente, è il fine della nostra vita non la fine della stessa.

Possiamo cominciare ad affinare il nostro sguardo e il nostro sentire e cogliere la presenza Sua nella presenza nostra, magari prendendoci cura gli uni degli altri, prendendoci cura del mondo, non perché le cose ci vadano bene ma per vivere bene quanto ci è dato. Nel mistero di Gesù in noi c’è un amore che vince la morte di tutti i giorni e ci invita a cogliere il mondo vecchio come già morto. Mi pare che così il mondo della morte sia già morto lasciando posto al mondo nuovo, quel mondo di vita che è il Regno di Dio in mezzo a noi, impercettibile ma vero.

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