Luca 19, 44-48

Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri”.

Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Così dice l’angelo a Giovanni nel libro dell’Apocalisse. Continua poi: “Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza” (Ap 10, 9-10).

Ed è l’esperienza che anche oggi siamo invitati a compiere: ascoltare la Parola di Dio è mangiare di questo piccolo libro. Mentre lo mangiamo lo sentiamo dolce al palato. La sua dolcezza toglie tutta l’amarezza che abbiamo in bocca dopo la notte. Questo libro sana il nostro alito che sa dei miasmi notturni che hanno accompagnato il nostro corpo. È dolce come il miele perché ci conduce nel tempio di Dio, che è la creazione, e ci mostra i verdi pascoli. Mangiando di questo piccolo libro siamo portati a vivere una dimensione che non ci è consueta e che non fa parte della nostra esperienza umana. Mangiando di questo libro siamo condotti nel tempio di Dio, nella “mia casa che sarà casa di preghiera”. Ed entrando in questo tempio noi rimaniamo meravigliati della bellezza di questo tempio, di questa casa di Dio, di questo suo cuore che batte per noi. Ma questo libro mangiato, nell’ascolto, entra in noi con tutta la dolcezza della tenerezza di Dio. E se lo sentiamo dolce mentre lo gustiamo in bocca, diventa poi amaro nelle viscere, nel nostro stomaco. È devastante quando arriva nel nostro stomaco, sembra indigesto, ci sentiamo avvelenati.

Nel tempio del Signore, che è il nostro corpo, noi sentiamo il Signore, Parola vivente da noi mangiata in tutta la sua dolcezza, che scaccia tutti i venditori del tempio. Sentiamo Lui che rovescia i tavoli della nostra compiacenza e del nostro commercio, anche quello pio. Sentiamo la sua voce che grida dentro di noi: “della casa del Padre mio avete fatto un covo di ladri”. Ed è amaro sentire tutto questo scombussolamento dentro di noi, è devastante. Questo piccolo libro rischia di rimanerci sullo stomaco. E la reazione è quella di rigettarlo, di vomitarlo per ritornare a stare bene. Sentiamo questo libro come un boccone amaro che ci avvelena e ci uccide.

Vorremmo non averlo mai mangiato, vorremmo non averlo mai ingoiato, vorremmo non averlo mai ascoltato. E cerchiamo il modo di evitare di mangiarlo ancora, e ci diamo da fare per poterlo uccidere. Come gli scribi vorremo fare morire questo piccolo libro, questa Parola vivente incarnata in noi e mangiata, ahimè, da noi.

Ma non sappiamo come fare, non sappiamo che cosa fare. Ricordiamo la dolcezza del suo gusto di miele, ma allo stesso tempo sentiamo tutto lo sconvolgimento che opera dentro di noi. E ci troviamo ad un bivio: o non ascoltare più questa Parola tanto devastante oppure farla divenire motivo della nostra esistenza; o non vogliamo più sentire tutta l’amarezza che porta dentro di noi e rinunciamo alla dolcezza del miele della Parola, oppure accettiamo l’opera che questo piccolo libro da noi mangiato opera in noi.

Accogliamo che il nostro corpo, che il nostro spirito, che la nostra persona diventi luogo di salvezza, luogo dove il Signore fa pulizia, luogo che diventa tempio di Dio cioè casa di preghiera? Oppure cerchiamo di allontanare da noi tutta l’amarezza di questo banchetto? Preferiamo tenerci il nostro alito cattivo oppure lo saniamo nelle profondità delle viscere mangiando questo dolce libro tanto amaro?

Vale a dire: nel nostro quotidiano lasciamo che Gesù Parola vivente continui a operare in noi, oppure la rigettiamo lontano perché troppo attaccati ai nostri commerci interiori e alla salvaguardia di ciò che tanto ci piace, di ciò che non crea amarezza nel nostro stomaco ma, proprio con la sua dolcezza, avvelena la nostra esistenza?

Vorremmo uccidere questa parola ma non sappiamo come fare “perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo”; perché ci accorgiamo che tutta la bontà della nostra esistenza dipende da queste labbra, dipende dal nutrimento di questo piccolo libro.  E allora rimaniamo interdetti, non sappiamo più che fare.

Non ci resta che ritornare alla visione dell’angelo che ci porge il piccolo libro da mangiare e ricordare, ricordare la dolcezza di questo cibo che purifica le nostre viscere con la sua amarezza tanto vera quanto liberante e per questo amarezza tanto dolce se la ascoltiamo veramente fino in fondo mangiando di gusto.

Nel tempio del Signore, che è il nostro corpo, noi sentiamo il Signore, Parola vivente da noi mangiata in tutta la sua dolcezza, che scaccia tutti i venditori del tempio. Sentiamo Lui che rovescia i tavoli della nostra compiacenza e del nostro commercio, anche quello pio. Sentiamo la sua voce che grida dentro di noi: “della casa del Padre mio avete fatto un covo di ladri”. Ed è amaro sentire tutto questo scombussolamento dentro di noi, è devastante.
 
PG

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10 Marzo 2026 Matteo 18, 21-35

Il perdono è innanzitutto un dono di Dio: è lui che vuole amarci nel perdono.

Il perdono che lui esprime per noi, lo ha espresso sulla Croce.

Nel Cristo Crocifisso i nostri peccati sono già tutti perdonati.

Il primo gesto che noi siamo chiamati a compiere è quello di accoglienza di questo perdono.

PG

“Il Giusto, del quale a Pasqua si celebra la resurrezione, è colui che, asimmetricamente, restaura la reciprocità, risponde all’odio con l’amore, offre il perdono a chi non lo domanda”.

Francis Jacques

9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30

Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.

M. Epicoco

Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.

A. Savone

8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

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