Luca 2, 15-20
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Gesù è nato in questa notte e i pastori hanno ricevuto l’annuncio di questa nascita: sono diventati testimoni.
L’incontro dell’uomo con l’evento della salvezza provoca la rigenerazione del credente attraverso la nascita della salvezza nel suo cuore.
È un incontro che coinvolge totalmente l’uomo chiamato a raccogliere i propri sensi a servizio del senso radicale.
I pastori si recano a Betlemme a vedere la Parola che il Signore ha fatto loro ascoltare: glorificano Dio per tutto ciò che hanno ascoltato. Ciò che emerge è che Cristo è il senso dei sensi della vita.
E avvenne che “appena gli angeli si furono allontanati da loro” i pastori parlavano fra di loro.
Gli angeli andandosene, lasciano i pastori con la responsabilità del messaggio che hanno comunicato loro e i pastori “dicevano l’un l’altro”: la Parola di Dio è motivo di un dialogo reciproco, di incoraggiamento reciproco.
Il loro è un parlare che è ascolto comune della Parola ricevuta dagli angeli e di ascolto reciproco, “gli uni gli altri”. Questo li porta ad un incoraggiamento reciproco, a una decisione comune.
In Gesù a Betlemme vi è la comunicazione di Dio agli uomini che informa il modo di comunicare degli uomini tra di loro. La parola di Dio non è una imposizione: richiede un dialogo, una discussione, un parlare gli uni con gli altri.
La Parola di Dio nella vita dell’uomo mette in moto un cammino di approfondimento della Parola stessa: per questo i pastori decidono di andare a Betlemme.
Cristo è la Parola di Dio fatta carne che illumina il cammino dell’uomo indicando il senso, la direzione, il significato, un sapore.
I pastori trovano Maria, Giuseppe e il Bambino che giace nella mangiatoia. In quel trovare vi è lo stupore della scoperta. Scoperta stupefacente perché dice che la salvezza di Dio è una persona, un neonato: la salvezza di Dio abita la carne umana.
L’esperienza della salvezza è racconto di tale esperienza e quindi trasmissione della fede: “i pastori annunciarono ciò che del bambino era stato detto loro”. Credere significa sapere narrare la fede. Non è fare conferenze sulla fede ma narrare la presenza di Dio, la sua realtà che opera.
Come la vita di Gesù è divenuta narrazione, così i pastori di Betlemme ricevuto il gioioso annuncio della nascita del Salvatore e visto il bambino, a loro volta ne danno il gioioso annuncio: diventano vangelo, i pastori!
È bello cogliere che i pastori si recano subito a Betlemme e trovano, nella grotta, come era stato loro annunciato dagli angeli: il bambino Gesù, con Maria e Giuseppe.
È bello cogliere i gesti concreti di questa vita del vangelo: loro andarono, innanzitutto, senza indugio; poi vivono la scoperta e l’esperienza umana e spirituale (trovarono il bambino); vivono poi la testimonianza di vita (riferirono infatti ciò che del bambino era stato detto loro).
È bello cogliere come dalla testimonianza nasce la reazione di stupore e di fede in coloro che avevano ascoltato il racconto: la gente si stupisce delle cose che i pastori dicono. Così la fede comincia a propagarsi grazie a ciò che avviene in questo ambiente che, al di là di tutto, non ha un grande valore sociale.
E Maria “da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Lei rimane pensosa nella contemplazione dei fatti narrati e delle parole dette dai pastori sul piccolo Gesù.
Possiamo cogliere il fatto che I pastori, negati nella loro esistenza e nei loro diritti dalla società a loro contemporanea, sono chiamati a testimoniare la nascita di Gesù. Ascoltano l’annuncio che l’angelo porta loro, ascoltano il canto del coro degli angeli che cantano “Gloria”. Ora decidono l’obbedienza per andare ad ascoltare un bimbo.
Non vi sono parenti accanto a Gesù, cosa che dovrebbe avere ogni bambino e che aveva avuto il Battista. Non vi è nessuno a testimoniare questa nascita avvenuta nella città di David, Betlemme. I pastori accolgono l’invito degli angeli e, lasciando il gregge, vanno a Betlemme per vedere l’avvenimento a loro narrato da Dio grazie all’angelo.
I rifiutati, gli emarginati, ascoltano e vanno. Ascoltano e obbediscono. Hanno ascoltato con tutto loro stessi, ora possono andare, ora debbono andare. In mezzo al rumore hanno colto la Parola di Dio: il vagito di un bimbo deposto in una mangiatoia con attorno Maria e Giuseppe.
I pastori obbediscono, i pastori vanno, i pastori vedono, i pastori testimoniano. I pastori hanno ascoltato l’annuncio, si sono guardati intimoriti, sono stati rassicurati dall’angelo e hanno ascoltato il canto gloria. A questo punto vanno dicendosi l’un l’altro “andiamo a vedere”. Quando vedono testimoniano, loro i non testimoni testimoniano quanto era stato detto loro. E la testimonianza che scaturisce dalla loro obbedienza non rimane più sola. C’erano solo loro con Maria e Giuseppe. Ora vi sono “tutti quelli che udivano”.
Maria ancora stordita dal parto che aveva dovuto forse sopportare da sola, rimane stupita per tutto quanto si dice del bambino: cosa sta mai succedendo? Forse Giuseppe è ancora troppo preoccupato per il parto che dovesse andare bene, è ancora troppo preoccupato per Maria. Forse lui ha assistito al parto e forse no, ma ancora non si capacita ed è sfinito anche lui per questa esperienza. Maria ascolta e medita nel suo cuore quanto è avvenuto.
I pastori ripartono di nuovo e constatano, da testimoni di Dio, che tutto è avvenuto secondo quanto a loro era stato detto. Nessuno forse darà loro retta perché non hanno una dignità e una posizione sociale per potere essere ascoltati, ma loro testimoniano perché da Dio sono stati chiamati a questo. Questa chiamata è alla testimonianza che diventa già una promozione sociale, una richiesta che rompe l’emarginazione e le caste. È una richiesta di Dio che ci chiede di essere aperti a coloro che non valgono perché da Lui prediletti e da Lui chiamati come testimoni della nascita di suo Figlio. Suo Figlio è nato fra gli emarginati e da loro riceve presenza, calore e testimonianza.
Il Figlio si fa uomo e da subito, povero tra i poveri, compie la sua prima azione sociale riscattando i pastori. I pastori hanno udito e hanno visto diventando così testimoni. Un altro testimone strano sarà sotto la croce per testimoniare che Gesù era veramente il Figlio di Dio: il centurione pagano.
Ascoltiamo, guardiamo, sentiamo, viviamo e diventiamo a nostra volta testimoni raccontando al mondo intero quanto abbiamo visto e udito. Quello che abbiamo visto e udito, dirà san Giovanni, noi lo raccontiamo a voi.
Dobbiamo molto ai pastori nel Natale perché sono curiosi, attivi, spinti a fare un passo in là, loro che sono esperti delle notti fredde, del lasciare il gregge per cercare la pecora perduta che non stanno fermi né con i piedi né con il cuore. Essi trovano Colui che è trovato solo se perso, conosciuto solo se cercato, scoperto solo se atteso ed invece di trovarsi di fronte ad un evento di eccezionale portata si trovano di fronte Maria, Giuseppe e il Bambino che giace «nella mangiatoia» che sappiamo essere un ricovero per gli animali durante la notte. Il primo miracolo del Natale lo vediamo realizzato in loro che non rimangono delusi dalle aspettative.
Andrea Marchini
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