Luca 21, 5-11

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Non rimarrà che l’obolo della vedova che era segno di tutta la sua vita. Tutto ciò che è vita corruttibile finirà. Tutto ciò che è vita incorruttibile diventerà. In greco vi sono due termini per definire la vita: bios, che è la vita corruttibile, quella che finisce; e zoè, la vita di Dio quella che non finisce. Ma le due vite non sono contrapposte, anzi, le due vite si compenetrano in un atto di amore. La vita di Dio si incarna nella nostra vita quotidiana purificandola e rendendola eterna, incorruttibile.

La vita di Dio ci purifica dalla nostra corruttela, dal nostro non riuscire a guardare oltre, dalla nostra insipienza umana che noi spesso e volentieri scambiamo per sapienza. Dio ogni giorno trasfonde in noi la sua vita. Continuamente fa le sue trasfusioni di sangue buono a noi che siamo leucemici e anemici.

Non rimarrà pietra su pietra dei nostri templi, rimarrà solo l’obolo della vedova come presenza e incarnazione della vita di Dio, la vita che dura per sempre, la vita che è la vita donata e non trattenuta, la vita che non sa che farsene del superfluo ma che vive della totalità del dono.

Nelle continue fini dei nostri mondi, non rimarrà che l’obolo della vedova come presenza di saggezza di Dio e come opportunità di vita. Noi e le nostre crisi che scambiamo come la fine del mondo, siamo invitati a cogliere l’opportunità del dono totale di sé, come ha donato se stessa la povera vedova. Siamo dunque chiamati dalla sapienza di Dio a smetterla di correre dietro ai profeti di sventura, da qualsiasi parte essi vengano. Siamo chiamati a non rincorrere più i guru dell’economia, che non riescono a prevedere nulla al di là del proprio naso, o i guru di qualsiasi religione, o i guru delle varie politiche. Siamo chiamati a cogliere e accogliere la presenza dell’unica cosa vera e profonda della nostra vita: la vedova povera che dona tutta se stessa, tutta la sua vita. La povera vedova che è presenza, in tal modo, della vita eterna di Dio nell’oggi e della sapienza di Dio. Alla sua presenza Gesù alza lo sguardo e gioisce nel cuore e canta “Ti ringrazio o Padre, perché hai rivelato i segreti della tua sapienza non ai grandi e ai sapienti, ma ai piccoli, a questa vedova povera”.

E allora alla fine dei nostri mondi, costruiti con tanta fatica ma con cemento che non tiene nulla di fronte al passare degli anni e alle intemperie, siamo chiamati a gioire. Di fronte alle distruzioni dei vari templi della finanza e dell’economia, della politica e della religione, siamo chiamati ad alzarci e levare lo sguardo perché la nostra liberazione è vicina. Il Cristo Re dell’Universo arriva a noi nella mano aperta di una povera vedova che dona se stessa, che dona vita, che dona zoè vita eterna che nessuno potrà rubare e che nulla potrà corrodere. Questi sono i templi veri della vita, della vita eterna. E allora ogni distruzione sarà un’opportunità.

La storia degli uomini è fatta di violenze e di distruzione, non è certo a queste violenze e distruzioni che noi inneggiamo. Inneggiamo invece alla capacità di cogliere l’opportunità di vita nuova in mezzo alle distruzioni degli uomini che sono la fine del mondo umano, non certo di quello della vita di Dio.  Mondo della vita di Dio che vuole vivere già oggi, vita di Dio che non si accontenta di vivere nell’al di là: sarebbe una presa in giro perché nell’al di là si compie ciò che c’è nell’oggi, non ciò che non esiste.

La saldezza di cuori che costruiscono sulla sapienza della vita di Dio incarnata nell’obolo della vedova, è la scommessa per ogni uomo di buona volontà nell’oggi. Oggi la salvezza è entrata in questa casa, dice Gesù di fronte a Zaccheo. Oggi Gesù leva il capo dalla distruzione dei tanti oboli di superfluo gettati dai ricchi per scorgere la luce che brilla in due spiccioli di vita. Oggi la ricerca sincera della vita di Dio ci riporta a giocarci in totalità ma non in solitudine. A giocarci dunque nella comunità e in Dio, sul suo sangue buono.

Anche oggi getteremo nel calice eucaristico il nostro bios e anche oggi Gesù ce lo restituirà come zoè vitale ed eterna da bere e condividere coi nostri fratelli. È proprio così: una bella trasfusione di sangue buono, di sapienza di Dio racchiusa in una mano tremante e piena di rughe, una mano ricca di amore totale per la vita. Così nella semplicità e nella lucidità della sapienza dei piccoli, sapienza di Dio, siamo invitati a vivere e a crescere.

Per un cristiano la vera domanda non riguarda la fine del mondo, ma il fine della propria esistenza. È nel fine, nel motivo, nella passione che alimenta la vita l’attenzione massima che dobbiamo riservare. Credere non significa predire il futuro, ma vivere appassionatamente il presente. In questo senso il mondo si aspetta questa testimonianza, e non falsi profeti di sventura.

M. Epicoco

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