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domenica 13 gennaio Luca 3, 15-16. 21-22

Giovanni Nicoli | 12 Gennaio 2019

Luca 3, 15-16. 21-22


In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

I cieli si aprono, le porte del cielo si spalancano: Dio non abita più in alto, non abita più i cieli. Le porte si aprono perché non vi è più chiusura fra Dio e gli uomini. Le porte spalancate del cielo diventano un invito all’uomo ad entrare per abitare la casa del Padre, che ora è la terra. La divisione fra cielo e terra non esiste più. Sono due realtà distinte che dialogano fra loro. La terra senza cielo sarebbe massa oscura e arida, incoltivabile. Il cielo senza la terra sarebbe una bella sfera d’oro dove la vita non potrebbe mai nascere perché neppure i polli mangiano le perle per nutrirsi, figuriamoci se lo può fare l’uomo e se lo può fare Dio. Sono due realtà distinte in dialogo, non più divise. Sono membra dello stesso corpo, siamo membra dello stesso corpo il cui capo è Gesù Cristo. Senza di Lui non c’è vita nel corpo, senza corpo il Capo non serve a nulla. È la logica dell’amore che ha pervaso il creato tutto, grazie alle porte spalancate dei cieli aperti.

            La Trinità si è incarnata in Gesù nella capanna di Betlemme. La Trinità è scesa fra di noi in forma di colomba grazie ad una Spirita Santa che mette al mondo vita. La Trinità si è incarnata grazie alla Voce del Padre che si incarna nel Battista, prima anima di umanità che entra nella Trinità, dicendo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Il cielo è vuoto anche se continua ad illuminare e a riscaldare. Anzi il cielo è vuoto perché continua a discendere come pioggia e neve sulle teste di noi uomini che continuiamo a guardare in alto. Anche la terra è diventata vuota perché l’umanità tutta ha accettato l’invito ad abitare il cielo. Il vuoto della terra e il vuoto del cielo, diventano una sola abitazione dell’uomo che danza la danza della vita sul ritmo del dono gratuito del Figlio Gesù che si dona fino alla morte di croce, avvolti da quello Spirito che è vita di gioia e che ci abbraccia perché possiamo danzare con Lui la vita, mentre il Padre, felice e con sguardo pieno di gioia, batte le mani perché la danza della vita fra cielo e terra acquisti sempre più senso e bellezza.

            E tutti stanno in attesa, il popolo sta in attesa. Quell’attesa che può essere ingannatoria se non scelta. L’attesa non scelta diventa presto o tardi motivo di frustrazione. Ciò che attendiamo non arriva, la crisi non la smette più. Ci fidiamo dei soloni dell’economia tutti interessati, perché pagati dai grandi, a far sì che la crisi duri. La crisi che dura è una bella catena di schiavitù con cui leghiamo una palla di ferro ai piedi dell’umanità per potere, a piacimento, fargli fare quello che vogliamo. Non ci sono più diritti, non ci sono più cose sicure, non c’è più umanità. Ma chi attendiamo? Il politico di turno che sta in piedi grazie a promesse che non diventeranno mai realtà? La politica deve promettere per avere voti, ma la politica vissuta come nuovo messianismo in attesa dell’uomo della provvidenza, non potrà mai soddisfare tali promesse. E allora? Allora viviamo con coscienza la nostra attesa, senza pretendere che venga soddisfatta dall’ultimo strillone di turno. Non crediamoci soprattutto se è un professionista, se è uno preparato, se è uno che ha studiato l’economia o la politica delle nostre scuole soggette ad una economia disumana e disumanizzante.

            Crediamo solo a chi ci dice: non sono io! Come ce lo dice il Battista. È vero, io vi sto battezzando, ma non sono io. Io uso acqua, ma arriva uno che ci battezzerà tutti in Spirito Santo e Fuoco! Io sono grande, ma Colui che viene dopo di me, dice il Battista, è più grande di me: a Lui io non sono degno neanche di slegare i lacci dei sandali.      Stiamo in bella attesa senza fretta e senza la pretesa di risolvere i nostri problemi. Stiamo in attesa gustando il vuoto di questa attesa. Non vogliamo riempire il vuoto dei cieli e il vuoto della terra del nostro cuore. Lasciamo che il vuoto inizi il dialogo fra cielo e terra, fra noi e il Padre. Non sappiamo cosa si diranno, ma sappiamo che nascerà un dialogo vero non preoccupato di salvaguardare le apparenze.

Il cielo si apre e sull’Incarnato che ci tiene per mano mentre ci lasciamo battezzare dallo Spirito Santo che scende su di noi come una Colomba, come Fuoco, inizia un dialogo vitale che non sappiamo dove ci porterà. Sul Figlio come su di ognuno di noi, scende la professione di fede del Padre: questi sono miei figli. Figli miei ascoltate il silenzio della Parola che viene pronunciata nel deserto dalla Voce: cosa vi dirà? Ascoltatela e capirete!

            La terra verrà fecondata. La terra diventa luogo di dialogo tra l’umano e il divino, fra Padre e figli. Sarà terra vuota? Sì, perché il tempo della semina e del battesimo, non coincide mai col tempo della mietitura. Ma sarà terra piena di ossigeno e di respiro, terra su cui camminare tenendosi per mano col Padre nostro dei cieli che non è nei cieli. Quella nostra terra che è fatta anche di fallimenti viene abbracciata e baciata dal Padre che cammina con noi mentre la Spirita Santa danza la danza della vita intonata da Gesù da una mangiatoia nella stalla e dall’alto di una croce realtà di dono bello.

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