In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, alzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Quante sono le madri che piangono i propri figli? Qual è l’esperienza di una madre che perde colui che ha portato in grembo? Quale strazio e quale pianto per coloro che fanno questa esperienza!
Eppure, nel mondo, questa esperienza non è un’eccezione ma è una realtà grossa.
Quante madri e quanti padri perdono i loro figli perché se ne vanno lontano a cercare lavoro. Quanti perdono i loro figli perché costretti a venderli a causa della miseria materiale e morale. Quanti vedono i propri figli rapiti per fare la guerra come baby guerrieri o per essere avviati alla prostituzione minorile e non, grazie ai vizi dilaganti dell’occidente. E quanti figli perduti in due dinamica perversa dell’emigrazione sul Mediterraneo.
Quante madri e quanti padri perdono i propri figli perché questi se ne vanno a causa della droga e dell’alcool. Quanti perdono i propri figli a causa della violenza della strada e della violenza criminale. Quanti figli spariscono perché non sopportano più il nostro modo disumano di vivere e si perdono nei vicoli delle strade, diventando clochard!
Quanti? Troppi!
Di fronte a questo mare di dolore, il Signore Gesù si reca nella nostra città, cammina in mezzo a noi, ci incontra perché vuole vivere con noi la beatitudine che ha da poco annunciato: beati voi che piangete, perché riderete.
E il Signore della vita rende possibile ciò che per l’uomo è impossibile. Il Signore della vita viene a tergere le lacrime di questa vedova che vede suo figlio portato al sepolcro.
E il ridere di gioia di fronte a questo avvenimento non deve essere stato da poco.
Ebbene questo Signore della vita viene in mezzo a noi e in mezzo a noi cammina perché vuole rendere vivibile ancora oggi la beatitudine del pianto che si tramuta in ridere, in gioia.
Viene come Signore della vita perché i tanti che sono morti risorgano. Viene come Signore della vita perché i tanti che piangono, a causa della morte di qualcuno, possano ridere perché questo qualcuno è ritornato in vita, è risorto, è stato svegliato.
È l’esperienza stessa di Gesù che ci parla di questo. È Gesù che è figlio di madre vedova e sola; è lui il figlio unigenito del Padre che alla porta della città viene portato ed ucciso. È lui che si desta e al suo destarsi si dice che un grande profeta si è destato fra noi.
Questa presenza di Gesù morto e risorto che si incarna in questo giovinetto, diventa segno di misericordia, diventa segno della compassione di Dio per l’uomo, diventa realtà di amore e luogo di beatitudine.
Di beatitudine si tratta: vedere risorgere chi era morto, ritrovare il figlio morto che se ne era andato di casa sbattendo la porta, questa è beatitudine!
Siamo chiamati ad avere fede nella misericordia di Dio per i piccoli e per i piangenti, per ogni uomo che è piccolo e piangente di fronte alla morte. Piccolo perché di fronte alla morte, chi più chi meno, siamo assolutamente indifesi. Piangenti perché irrimediabilmente offesi. Gesù viene a dare speranza laddove nessuno può averne.
Viviamo in comunione con i tanti piangenti e disperati che aspettano qualcuno che terga loro le lacrime.
Il Dio della compassione, che cammina per tutte le Nain del mondo, si avvicina a chi piange, ne ascolta il gemito. Piange con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore. E ci convoca a operare «miracoli», non quello di trasformare una bara in una culla, come lui a Nain, ma il miracolo di stare accanto a chi soffre, lasciandosi ferire da ogni gemito, dal divino sentimento della compassione.
Ermes Ronchi
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
17 Novembre 2025 Luca 18, 35-43
La vera preghiera non è nella voce, ma nel cuore. Non sono le nostre parole, ma i nostri desideri a dar forza alle nostre suppliche. Se invochiamo con la bocca la vita eterna, senza desiderarla dal profondo del cuore, il nostro grido è un silenzio. Se senza parlare, noi la desideriamo dal profondo del cuore, il nostro silenzio è un grido.
Sant’Agostino
16 Novembre 2025 Luca 21, 5-19
Solo quando noi uomini e donne non saremo più in grado di sopportare questa logica del mondo forse cambieremo. Il minimo che possiamo fare è non disperarci,vegliare su ogni germoglio di speranza, esserci quando l’amore e la dignità si risveglieranno.L. Verdi
Guerre, rivolte, pestilenze, carestie sono cose che caratterizzano tutta la storia, eppure ogni volta che accade qualcosa di simile il primo nostro pensiero è quello della fine. Gesù ci insegna che davanti a questi eventi bisogna domandarsi “il fine” non pensare che è la fine. L.M. Epicoco
15 Novembre 2025 Luca 18, 1-8
La preghiera di domanda non intende relegarci nella condizione dello schiavo che deve elemosinare i favori del padrone, secondo un’immagine che ci è tristemente familiare, ma ci pone nella condizione di figli, faccia a faccia con un Padre buono e che vuole il loro bene.
Sabino Chialà
Non si prega
per ottenere delle cose,
ma per ottenere Dio da Dio.
Pregare è abbassare
la bocca alla fontana,
Dio che intreccia
il suo respiro con il mio.
Come, per due che si amano,
il loro bacio. Il bacio di Dio.
Ermes Maria Ronchi
Giovanni Nicoli | 19 Settembre 2023