Luca 8, 16-18
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce.
Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».
Il seme che viene seminato da Dio in noi con la sua Parola, è un seme che non può venire salvaguardato dalla sua missione e dalla sua natura. Il seme, se vuole avere senso, deve cadere in terra, scomparire sotto terra luogo dove può morire, marcire e germogliare per potere poi, se tutto va per il meglio, portare frutto.
In fondo il seme seminato da Dio in noi deve morire per potere diventare luce che illumina le nostre esistenze. Ma questa non è cosa facile e non è cosa che possa avvenire così automaticamente. Ogni giorno e ogni momento il seme è minacciato. La minaccia più grande è data dalla tentazione di volerlo conservare e che non marcisca e non muoia. È la tentazione più grande perché questo significa condannare la Parola alla inutilità e alla sterilità. Sì, perché se il seme non muore non può portare frutto, se invece muore porta molto frutto.
E il seme che ogni giorno è seminato in me è minacciato dai miei pensieri, dalle mie preoccupazioni, dalle mie chiusure, dal mio volere vedere il mondo con occhi miei rifiutando lo sguardo di Dio sul mondo.
Questo modo di essere e di vivere mi porta a perdermi, porta il seme a perdersi in una vita di inutilità. Il seme non può venire preservato, diventando il tal modo inutile.
Ciò che nasce dal seme che muore e porta frutto quasi non ha nulla a che vedere col seme, è ben altro, è molto di più. Ma questo è possibile se rispettiamo la natura del seme, se non la rispettiamo il seme non dà frutto.
Noi vorremmo che il seme facesse secondo i nostri pensieri, non ci sappiamo adeguare a lui, non ci sappiamo adeguare a Dio, non ascoltiamo, né cogliamo, né viviamo la verità di Dio, la sua volontà.
Se ci mettiamo alla sequela di Gesù e accettiamo di morire come Lui è morto, allora il seme porta frutti di vita e di resurrezione. Se accettiamo di essere messi sul candelabro della croce, non perdendoci dietro a vaghe pretese e rivalse nei confronti del mondo, semplicemente saremo luce come Cristo è Luce.
Se non nasconderemo il seme a noi donato sotto il letto o se non lo copriremo con un vaso, allora potremo morire per rinascere a vita nuova. Quella vita che non è più cosa nostra o solo nostra, ma è vita di Dio in noi per il bene del mondo. Questa è luce vera che illumina ogni uomo. Ricercare il bene del mondo è il servizio che ognuno di noi può essere.
Smettere di cercare di salvaguardare noi stessi per essere vita di Dio e Luce di Cristo che brilla dal lampadario della croce, è saggezza secondo Dio. Se ascolteremo la nostra sapienza umana, andremo a nasconderci e lasceremo che il seme di luce seminato in noi dalla Parola, venga spazzato via dalle nostre preoccupazioni e dalle nostre false ricerche di bene.
Se ascolteremo la sapienza di Dio, accoglieremo la morte del seme seminato in noi perché possa portare semi di Luce al mondo. Papa Francesco è morto come seme di bene per la chiesa e per il mondo. Noi chiesa rischiamo di volerlo nascondere sotto il letto o coprire con un vaso, perché non accettiamo la profezia del suo servizio. Siamo preoccupati di salvaguardare il nostro potere nel mondo. Non accettiamo di morire per potere amare i tanti poveri che aspettano luce e conforto, amore e tenerezza. Preferiamo condannare e mettere a posto le cose, piuttosto che seguire questo uomo che è vissuto della sapienza di Dio e che, per la sapienza di Dio, ha accettato di andare in croce. Andando in croce non a causa né di romani e neppure di ebrei, ma a causa dei suoi, dei suoi cristiani e dei suoi cardinali e vescovi.
Accogliamo la luce che ci perviene dalla sua testimonianza e con lui seguiamo la via della vita, quella vera tracciata per noi da Cristo crocifisso, Luce che illumina gli uomini e riscalda i cuori delle persone di buona volontà.
La lampada accesa va posta in evidenza perché chi entra veda la luce. La nostra esperienza della grazia è chiamata a diventare un dono e un’occasione di grazia per tutti, senza cedere a nessuna inutile forma di privatizzazione intimistica che corrisponderebbe a una follia, proprio come se, dopo aver acceso una lampada, la nascondessimo.
D. Semeraro
Anche nei momenti di maggior oscurità aprire le orecchie all’ascolto può aiutarci a riconoscere che c’è sempre un po’ di luce in lontananza, magari abbiamo solo gli occhi chiusi e non ce ne stiamo rendendo conto.
Dehoniani
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