Luca 9, 7-9
In quel tempo, il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
Leggendo questo brano di vangelo mi viene da pensare, oggi, e da chiedermi: ma Erode avrebbe potuto agire diversamente nei confronti di Giovanni Battista, prima, e di Gesù poi?
Credo di no. Credo di no a partire da chi Erode era, a partire dalla sua esperienza di vita, a partire da chi lui si credeva di essere. Pur rimanendo in lui un briciolo di libertà, questa libertà non l’ha usata, l’ha solo maltrattata per asservirla al suo pensare di essere chissà chi, al suo potere.
Credo che sia necessario che noi, prima di giudicare chiunque, Erode compreso, ci poniamo la domanda di chi sia la persona prossima che ci ritroviamo davanti. Al di là delle apparenze, al di là delle cariche e delle onorificenze, chiederci chi sia la persona che abbiamo davanti, senza la pretesa di comprenderla tutta, è importante per capire.
Non è importante per giustificare la persona. Dire che Erode non poteva agire diversamente non è necessariamente atteggiamento finalizzato a scusare Erode. Non vogliamo una morale situazionista per cui se uno è nato in un ambiente malavitoso non può essere condannato a causa della sua delinquenzialità.
No, non è questo lo scopo. Innanzitutto perché una persona, comunque sia, non perde mai totalmente la sua libertà di scegliere il bene. È importante inoltre evidenziare come dal bene può venire il male e come dal male può venire il bene. Gemelli che sono cresciuti nella stessa famiglia e hanno, sostanzialmente, fatto le stesse esperienze di vita, hanno realizzato cose completamente diverse anche come scelte di bene o di male. Ragazzi cresciuti in famiglie disgraziate hanno sviluppato un desiderio e una capacità di vita talmente grandi, da divenire dei benefattori dell’umanità tutta. Altri cresciuti in famiglie per bene e magari anche molto agiate, sono diventati un problema per la società e la chiesa stessa.
Dunque conoscere per capire non significa giustificare, ma cogliere che cosa una persona può realmente fare e cercare di stimolare quella persona su quel versante di bene che comunque esiste e rimane nella sua personalità.
La scelta è semplice: capire per sostenere una maturazione e una crescita libera da obblighi formali; oppure non capire semplicemente per condannare. E ciò che va condannato è senz’altro quanto quella persona ha operato nei confronti del Battista di turno. Ma questo ancora non mi porta a comprendere cosa io o il prossimo possiamo fare per crescere ed essere sempre più bene e sempre meno male.
Noi possiamo iniziare nella vigna del Signore, che siamo noi e il prossimo, la comunità cristiana, alla prima o all’ultima ora del giorno. Al Signore poco importa. Ciò che importa è che quando arriva la nostra ora, quando la cosa è matura noi prendiamo la palla al balzo e ci mettiamo in moto.
Erode ha fatto decapitare Giovanni, il bene per lui, e lo ha fatto nonostante si sentisse obbligato a questa mossa dalla parola data. Ed ora riconosce il suo operare e vuole capire. Ma il suo capire è un volere fare entrare nelle sue categorie di vita ciò che è il volere di Dio. Cosa che spesso facciamo anche noi. Credo che l’invito che possiamo cogliere oggi sia invece quello di entrare noi nelle categorie di vita di Dio per acquisire la sua sapienza e abbandonare la nostra stoltezza.
Cercare di vedere Gesù, desiderio che realizzerà durante la passione del Signore, non è necessariamente una cosa buona o un sentimento di conoscenza vera. E anche questa è un’esperienza che ritroviamo spesso nel nostro quotidiano. Vogliamo vedere cosa è successo nella corsia opposta dove è avvenuto un incidente; in un dato posto dove si sente un profumo della madonna; in una località dove si dice che Dio si manifesti. Ma è solo curiosità che sarebbe meglio definire morbosità. Non è desiderio di conoscere per essere meglio e vivere meglio, per cogliere al meglio la via della sapienza.
Chi non vorrebbe vedere Gesù? La domanda che ritorna è: ma è cosa buona questa? O è la solita curiosità che apparteneva anche ai discepoli quando volevano sapere quando sarebbe venuta la fine del mondo?
L’uomo di potere non ha una percezione diretta del reale, vive di ideologia, di autorappresentazione del reale, e ha bisogno di continue conferme che nessuno può dargli.
L’ego risponde sempre ricorrendo al passato, non sa vedere la Novità, non dialoga con l’ignoto da cui tutto emerge.
La vita dell’uomo di potere è un immenso isolamento in cui si muove senza accorgersi delle sue catene forgiate da un’apparente sovranità.
Avveduto
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