Marco 10, 13-16

In quel tempo, presentavano a Gesù dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».
E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

“Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e… cerca di amare le domande, che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che possono esserti date poiché non saresti capace di convivere con esse. E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta” (Rilke).

Credo che l’atteggiamento del cuore e della mente, che passa come buono da questo scritto di Rilke, possa essere un atteggiamento che possiamo riscoprire nell’avvicinarci al vangelo e alla vita.

Porre delle domande al vangelo e lasciare che il vangelo susciti in noi delle domande, accogliendo il momento di sospensione che ogni domanda, se non abbiamo fretta di cercarne la risposta, crea in noi, è un’esperienza contemplativa fra le più belle e le più coinvolgenti che possiamo sperimentare. Tale esperienza ti dà il gusto dell’incertezza, ti libera dalla necessità di tutto e subito, ti lancia su strade che mai avresti né visto né tantomeno intrapreso. Vivere la sospensione della domanda significa vivere la bellezza dell’incertezza che apre il cuore ad esperienze nuove e la mente a realtà mai impensate.

Certo la sospensione è anche sofferenza, sofferenza perché ti accorgi che sei chiamato a lasciare e sofferenza perché non vedi cosa sei chiamato a ricevere, dove puoi condurre i tuoi passi: al massimo vedi solo un primo passo, che è poi quello vero.

Nel capitolo decimo del vangelo di Marco abbiamo incontrato Gesù che parla della bellezza della fedeltà e dell’amore, rivalutando la donna che era espressione del possesso dell’uomo. Oggi il Signore evidenzia la vitalità del bambino che era possesso anche lui dell’adulto maschio, che poteva avere anche potere di vita e di morte. Quante situazioni assodate accompagnano la nostra esistenza senza che noi ci poniamo una semplice domanda: ma ha senso questo modo di agire? Forse il nostro disagio nei confronti di quella realtà, ci parla di una domanda profonda e inascoltata. Domanda che è la vera risposta alla vita.

Ma perché il Signore ci parla di donne e di bambini, di amore e di fedeltà? Mi pare che emerga una domanda da questo parlare da parte di Gesù: ha senso il possesso dell’altro? Che senso ha la nostra indipendenza adulta? È veramente una risposta alla vita o è solo una risposta alla sete di potere che c’è nel cuore di ognuno di noi?

Un adulto è indipendente (chissà da chi poi?), è di se stesso: lui si possiede e possiede cose serie. Il bambino è di qualcuno, magari solo di un triste ente. Il bambino possiede dei giocattoli. L’adulto è il signor tale, è il professionista di turno che fa pesare la sua professionalità, che non si mette al servizio del bene comune; lui ha delle proprietà, ha un ruolo, spesso è un ruolo, agisce, si afferma, si difende.

Un bambino no, un bambino gioca, gioca alla guerra o alle bambole. Il bambino non ha nessun ruolo, non gli fa problema piangere o ridere, semplicemente lo fa. Vive i suoi sentimenti, cambia ruolo e dorme senza preoccupazioni. Quando qualcuno gli sorride e gli offre una caramella o un gioco, lui sorride e accetta il dono. Non aveva fatto alcuna domanda e quello che è venuto è tutto in più.

Lasciarsi toccare da Gesù perché bambini, bambini senza alcuna pretesa. Bambini che pongono domande che imbarazzano gli adulti perché, senza saperlo, mettono in dubbio lo scontato che abita la nostra esistenza. Bambini senza potere e senza ruolo. Esistono ancora questi bambini o li abbiamo riempiti di ruoli rubando loro l’infanzia? Sono tennisti e ballerine, calciatori e nuotatrici, pianisti e giocatori telematici. Sono qualcuno, non sono più bambini e non abbiamo più bisogno di toccarli e di ascoltare le loro domande soffocate ormai, sotto un mare di ruoli che li rende affettivamente instabili. Idoli e tiranni della vita dell’adulto, non più bambini portatori di vita e di una domanda di speranza.

I bambini sono come i marinai: dovunque si posano i loro occhi, è l’immenso.

Christian Bobin

 

Accogliere e pregare come un bambino significa celebrare il mistero della nostra vita non più in solitudine, ma sempre disponibili «gli uni per gli altri». Abbandonati a quella necessaria fraternità in cui discende come rugiada la benedizione dell’Altissimo.

Pasolini

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Ermes Ronchi

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