Marco 11, 27-33

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».

E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

La vita di una persona, potremmo dire, è una domanda dietro l’altra che accompagna la ricerca. Tutta la vita è una domanda, spesse volte una domanda implicita. Una domanda che tocca l’esistere delle cose, il senso dell’amore, cosa è mai l’amicizia.

Dare casa alle domande che sono dentro di noi, vale a dire ascoltarle e oggettivarle, è via di umanizzazione e di maturazione. Una delle vie di san Tommaso è una via costellata di domande la prima delle quali parte da noi e l’ultima delle quali, di domanda in domanda, non può che arrivare a Dio. La domanda è segno di curiosità e di voglia di cogliere la vita. Dalla domanda più semplice che un bimbo fa con gli occhi girandoli a destra e a manca per cercare di cogliere ciò che avviene, alla sua esplorazione orale del mondo, ai versetti con cui condisce il clima di una casa; alla domanda più complicata di un teologo, o un filosofo, o uno scienziato.

Perché? Sembra la base e la radice di tante costruzioni e di tanti alberi che portano frutto. La domanda dice anche capacità di chiedere riconoscendo il nostro bisogno implicito nella domanda stessa. Domandare significa dichiarare la propria incapacità a cavarsela da soli e la propria necessità. La domanda è un grande trasmettitore di relazione tanto che il non sapere domandare sembra essere indizio di seria difficoltà con se stessi, una difficoltà di rapporti che dovrebbero funzionare ma che sono bloccati.

Una domanda può anche celare qualcosa di più vero, di più grande e di più profondo. Una domanda può anche manifestare imbarazzo quando si manifesta come interrogatorio e come volontà di possedere l’altro. Come ti chiami? Una domanda semplice ma che ti dà un potere enorme: quando sai il nome dell’altro se non lo chiami non dico con amore ma almeno con simpatia, ti dà un potere enorme: il potere di interpellarlo e di farlo girare verso di te quando pronunci il suo nome, ottenendo attenzione e obbligandolo ad una risposta.

E giungiamo alla domanda fatta dai capi dei sacerdoti, degli scribi e dei farisei: chi ti dà l’autorità per fare queste cose? Domanda reiterata: da dove ti viene questa autorità?

Un certo chiedere è un chiedere conto: la mano che sembra tendersi in domanda si raccoglie ben presto e si capovolge nel chiedere conto. Sembra mano aperta per chiedere e per ricevere, in realtà si cambia subito in quello che in realtà è: un pugno per colpire il prossimo.

Quando il chiedere è un chiedere conto la domanda da umanizzante diventa disumanizzante. Diventa uno strumento per colpire l’altro, un corpo contundente con cui potere atterrare il prossimo. Quando il chiedere è in realtà un chiedere conto non ci interessa se quanto Gesù ha fatto è stato bene, ma chi gli ha dato il permesso di fare quel bene o quella data opera.

Abbiamo bisogno di squalificare l’altro diversamente non esistiamo. A ben guardare la politica, ma ancor più un certo tipo di giornalismo, stanno in piedi grazie a questo: hanno bisogno del male e del male del prossimo per esistere. D’altronde uno che anziché dare una mano ad uno che sta male avendo bisogno di fotografare perché questo è il suo lavoro e se vuole essere professionale non può neanche fare una carezza a chi sta male, la dice lunga sul quanto necrofili siamo diventati. Più uno sta male e più la mia professione ne guadagna: è una bella professionalità che uccide il cuore e ogni possibilità di coscienza.

E le domande diventano morbosità e arma contundente contro il prossimo al quale non si dà alcuna possibilità di difendersi. E noi che vediamo e ascoltiamo ormai invece di chiederci cosa c’è di vero perdiamo ogni capacità di domanda e beviamo come vero tutto quello che ci trasmettono.

Domandiamoci bene cosa è bene e lasciamo la pretesa di chiedere conto leggendola per quello che è: strumento di disumanizzazione, di falsificazione e di morte.

Quando ascoltiamo l’altro, se invece di controbattere, rispondiamo alle domande implicite o esplicite dell’altro, cambiamo noi. Nasce il dialogo!

 Fausti

 

Vi sono delle situazioni in cui il cuore delle persone è talmente chiuso e gretto che è inutile ogni spiegazione, anzi ogni cosa che fai  e dici viene ritenuta contro di te perché inserita in uno schema di pensiero ben preciso.

 PG

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