Marco 3, 7-12

In quel tempo, Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui.
Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo.

Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

La folla fa paura. Forse ci fa piacere quando ci segue, ma in sé è un corpo senza testa e senza cuore, è incontrollabile. La “folla molta” che segue Gesù e la “grande folla”, va da Gesù perché aveva sentito quello che Lui stava facendo.

Terribile il sentito dire della folla. Può fare macelli, può innalzare ai cieli o abbassare agli inferi. La folla rabbiosa lincia le persone e distrugge tutto quello che gli si para davanti. La folla inferocita la si può fermare solo con la violenza o con l’attesa che il furore antico, di cui è preda, scemi fino al momento in cui, dopo avere lasciato dietro di sé distruzione e morte, la folla scompaia nei tanti piccoli rigagnoli delle viuzze di città. La folla non c’è più, vi sono solo i segni del suo passaggio. Ma la folla non esiste, come si forma così si scioglie.

La folla affolla. Affolla le strade, affolla il tempo, affolla ogni canale di comunicazione intasandoli e rendendo la comunicazione stessa impossibile. La folla si arringa, non la si può né amare né gestire né far ragionare. Basta uno che urli più degli altri e la folla si muove come un rullo compressore.

La folla obbedisce ma, prima o poi, si rivolta contro chi l’ha diretta fino a poco prima. L’affollamento di partiti e di simboli che affollano le nostre liste elettorali, sono un esempio di come la nostra democrazia sia malata e, ormai, sia solo una folla impazzita dove ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Siamo a questo punto non certo a causa del bene della gente. La folla di partiti serve ad ingigantire il problema per meglio nascondere la verità e le cose che dovremmo fare.

Dunque la folla fa paura, tanto che Gesù sale su di una barca per evitare di essere calpestato dalla folla stessa che vive per Lui e grazie a Lui, in quel momento. Così come rischia di soffocarci, la folla di cose e di preoccupazioni che affolla le nostre giornate.

Abbiamo bisogno di silenzio per potere ritornare ad essere capaci di udire.  Il silenzio come vuoto interiore dove vi sia spazio per accogliere. Non ci interessa il silenzio fine a se stesso. Siamo convinti che non ci voglia neppure molto per creare uno spazio di silenzio. Tra l’altro credo che questo silenzio non debba essere realizzato dall’uomo per giungere al nulla, alla pace, all’immobilità. Non si tratta di compiere un’azione negativa dove facciamo uscire da noi tutto ciò che ci disturba. È invece un atto di fede dove noi riconosciamo, rendendoci conto, il silenzio che da sempre c’è in me e contemporaneamente in Dio. La stanzetta di silenzio in cui pregare è un dono che ci è già stato dato. Fare silenzio per riconoscere questa presenza comune, mia e di Dio, per potere accogliere e non per rimanere nel vuoto. La meditazione cristiana non è un rientrare in sé per annullare la folla di pensieri e di cose che ci circondano, per estraniarci. Compiere questa azione è compiere un’azione anti cristiana. La meditazione cristiana è finalizzata all’accoglienza di Colui che è Parola, per incarnarci ancor più nel nostro quotidiano, per incarnarci in modo più vero.

Mi fa paura la folla che ci affolla, ma questo non significa che dobbiamo aprirci un varco verso Dio con le nostre forze, perché altrimenti lo perdiamo. È idea pagana questa. La nostra vita, infatti, è già da sempre nascosta con Cristo in Dio. Per meditare non abbiamo bisogno di lunghi stravolgimenti psicologici magari con gesti controllati e disumani da bradipi, abbiamo solo bisogno di una presa di coscienza nella fede, per cogliere dove si trova da sempre il nostro centro e il nostro fulcro.

Ci sembra di essere lontani da Dio? Ma Lui è vicino e non dobbiamo avvicinarci a Lui con fatica perché, come ci suggerisce la parabola, “quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15, 20). Lo baciò tappandogli la bocca da cui uscivano solo delle cose ingiuste per l’amore di Dio: “Padre, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”; folla di idiozie di fronte all’amore di Dio.

Una folla di idiozie che ucciderebbero un elefante, se Dio Padre non fosse già oltre urlante ai servi di casa “presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito, segno che lui è ritornato erede e quindi figlio, e i calzari ai piedi, perché si riprende a camminare”.

 

Gesù ci insegna a cercare la giusta distanza che permetta di esprimere misericordia verso la folla senza essere inghiottiti dalla ressa, di dare senza essere prosciugati, di mettersi al servizio senza essere asserviti, di amare rimanendo liberi di essere se stessi.

Lanza

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21 Aprile 2026 Giovanni 6, 30-35

Il pane d’ogni bocca,
di ogni uomo, in ogni giorno,
arriverà perché andammo
a seminarlo e a produrlo,
non per un uomo soltanto ma per tutti,
il pane, il pane per tutti i popoli
e con esso ciò che ha forma e sapore di pane
distribuiremo:
la terra, la bellezza, l’amore,
tutto ciò ha sapore di pane,
forma di pane, germinazione di farina,
tutto nacque per essere condiviso,
per essere donato, per moltiplicarsi.
Pablo Neruda

20 Aprile 2026 Giovanni 6, 22-29

Aspiro al donatore più che ai suoi doni.

Non è tanto dal legame della speranza

quanto dalla forza dell’amore che io sono attratto.

Non è dei doni, ma del Donatore che ho sempre la nostalgia.

Gregorio di Narek

Noi non siamo capaci di moltiplicare, se non condividendo con gli altri ciò che abbiamo ricevuto in dono: pane, gioia, e quindi vita. Andare oltre il segno del Pane, vuole dire anche questo. E’ darsi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna, è compiere le opere di Dio, ed è credere in colui che egli ha mandato.

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19 Aprile 2026 Luca 24, 13-35

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Il segreto buono della vita è quello stesso di Gesù: non andarcene da questa terra, da questa Emmaus infinita, senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la fame e la pace del mondo.

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