Matteo 9, 32-3810, 1-7
In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».
Noi abitati da spiriti impuri, spiriti di morte, siamo inviati da Gesù per scacciare gli spiriti impuri che sono strettamente legati ad ogni malattia ed infermità. I discepoli sono diventati apostoli non per loro merito, non perché capaci e bravi, ma semplicemente perché chiamati e mandati.
Più gente di testa dura come i discepoli penso ve ne fossero pochi sul mercato. Gente che non comprendeva il duro linguaggio di Gesù, gente preoccupata di occupare un buon posto nel regno, un posto che fosse ben lontano dal Golgota. Gente che discuteva di chi fosse il primo fra loro mentre Gesù annunciava la sua passione e morte.
Questa gente, presa da quello spirito di morte che possiede i cuori degli uomini, questa gente Gesù chiama e manda. Questa gente che siamo noi oggi. Noi che siamo indegni, noi che siamo abitati da spiriti di morte di ogni genere, noi siamo chiamati da Gesù. I discepoli, da indemoniati sono divenuti apostoli. I discepoli abitati dallo spirito di morte che è la rivalità e la ricerca del posto migliore, sono stati chiamati da Gesù ad andare per essere vincitori di questi spiriti di morte a servizio degli uomini che da quel momento saranno fratelli.
L’uomo, il discepolo, è chiamato così come è: Gesù non attende nessun miglioramento o cambiamento per chiamarlo. Il discepolo è tale perché impara a conoscere il Figlio e a diventare a immagine e somiglianza del Figlio. Il discepolo è dunque chiamato ad essere tale perché figlio e quindi fratello. Non vi è altra dottrina da seguire, da ricercare e da imparare. Diventare figli come il Figlio, perché suoi discepoli, e quindi suoi fratelli.
Questo significa accogliere il male per sconfiggerlo non con il male ma con il bene. Significa accettare la dinamica della sconfitta del male tramite la nostra sconfitta a causa del male senza rispondere al male col male, ma accettando la sconfitta che è la vera vittoria del bene sul male. È diventando vittime del male, della croce, che noi assorbiamo lo spirito del male che c’è nel mondo e, nella sconfitta della croce e del bene della croce, noi otteniamo la vittoria della morte del male e della morte stessa.
Noi suoi discepoli abitati dallo spirito del male, da Lui chiamati e da Lui inviati, diveniamo apostoli scacciando gli spiriti di morte e guarendo ogni malattia ed infermità. Divenendo suoi discepoli noi diveniamo degli inviati perché chiamati. Non andiamo perché migliori, ma semplicemente perché chiamati e dunque inviati.
Nella chiamata c’è la forza di Dio che si esalta nella nostra debolezza. È per questo che con Paolo possiamo dire che quando siamo deboli e fragili è allora che siamo forti, per virtù di Colui che ha sconfitto il male e la morte donando la propria vita. E noi, suoi discepoli, siamo chiamati alla stessa sorte, alla stessa fortunata beatitudine di non morire di inedia ma di sconfiggere la morte e il male con il bene. Cosa conta se avremo tanti o pochi anni? Assolutamente nulla. Anzi se i nostri anni saranno vuoti e maligni più saranno e più vuoto lasceranno dietro di sé.
Così da discepoli diventiamo apostoli: mandati perché cresciuti alla scuola del Crocifisso, perché riempiti da Lui della sua vita, perché ripieni del suo Spirito di vita che è assorbente dello spirito di morte che pervade le nostre scelte e il nostro quotidiano. E noi diveniamo il suo stesso potere che è quello di vincere il male col bene; quello di vivere questa dinamica che testimonia che il male non è per nulla fatale, in qualsiasi forma si presenti.
Chiamati e mandati, dunque, perché gli uomini che ormai sono nostri fratelli, possano essere liberati da quello spirito immondo che avvelena tutto quello che raggiunge. Quello spirito immondo che è sconfitto dal dono dello Spirito Santo, Spirito di amore e di santità. La missione è sostanzialmente un esorcismo nel senso che la parola e l’amore vincono la menzogna e l’egoismo. Così la cura di ogni malattia anche se provvisoria e parziale, è segno della guarigione interna che è definitiva e totale.
Le tracce del Regno vanno cercate sempre — e anzitutto — vicino. Non lontano, dove più facile è essere riconosciuti come belli, profetici e originali. Ma vicino, dove il nostro volto appare ordinario e feriale. Dove i nostri gesti e le nostre parole non possono pretendere nulla. Dove, in fondo, solo la mite forza della compassione è l’autorità che abbiamo e possiamo esercitare. Su ogni tenebra e ogni distanza. Teneramente.
R.Pasolini
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