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26 dicembre 2019 Matteo 10, 17-22

Giovanni Nicoli | 26 Dicembre 2019

Matteo 10, 17-22

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:

«Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.

Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

Ricordare il primo versetto di questo brano evangelico è essenziale per comprenderlo. Al versetto 16 Matteo dice: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe”.

Non si tratta di vivere la vita da rimbambiti o da ingenui, quanto invece di viverla da cristiani con gli occhi aperti. Vedere e giudicare quanto avviene rimane cosa importante. Ma cosa ancora più importante è non usare le armi del Maligno, non divenire lupi, per prevaricare sugli altri. Non usare le armi del Maligno, dunque vedere il male ma andargli incontro col bene, rispondere al latrocinio economico con la gratuità della condivisione. Rispondere ai problemi mondiali della vita con il “questo è mio”, è cosa da bambini, poveri di identità che hanno ancora bisogno del mio per definire il proprio io nebuloso. Ma la vita o la si vive donando vita oppure se decidiamo di togliere vita noi moriamo e facciamo morire per asfissia. Questo è il vero problema, questo è quello che conta, questa è la cosa più importante da affrontare.

Dunque il problema non è il male, non è la persecuzione, non è la morte che ci possono dare, il problema è l’atrofizzazione della vita che porta a morte cerebrale e, soprattutto, alla morte cardiaca. Il male c’è, ciò che fa problema è il nostro scandalizzarci di fronte al male e, cosa peggiore, il volere sconfiggere il male usando il male stesso. È pia illusione questo modo di affrontare il male perché ci porta a far crescere il male, non certo a sconfiggere il male stesso.

Il problema non sono le crisi famigliari o di coppia o di comunità o di parrocchia o di diocesi o di gruppo, il problema è come le viviamo e come le affrontiamo. Le crisi sono opportunità di crescita. Non siamo convinti fino in fondo che il male c’è. Non esiste solo quando viene alla scoperta, ma quando viene fuori è il momento favorevole in cui lo possiamo vincere. Quando il male non viene alla scoperta, oppure quando noi siamo talmente affaccendati in tutt’altre faccende da non accorgerci del male che emerge e del male in cui siamo immersi, non è il momento di gioire, come normalmente facciamo, perché le cose stanno andando bene. È il momento di aguzzare la vista e l’udito per vedere e per ascoltare i movimenti del male in noi e fra di noi. Così possiamo metterci nella condizione e nella posizione di poterlo vincere, non perché siamo più forti ma perché siamo disponibili ad assorbire il male come figli del bene. Da soli? No, col Padre nostro che è nei cieli che ci avvolge con il suo dono di gratuità grazie al Figlio incarnato. Nella ricerca del bene, soprattutto di fronte al male, egli è con noi. Non cedere alla tentazione di dovere diventare lupi per difenderci è rimanere aperti alla vita che passa da Dio Madre a noi.

Ascoltare il male significa non demonizzarlo ma scorgere quelle crepe nelle quali il bene può passare. Continuare a lamentarci che non ci sono vocazioni sacerdotali e religiose, cercando di risolvere il problema convincendo altri a farsi preti e religiosi, è un rispondere ad un male con un male peggiore. Ascoltiamo questo “male”, questa crisi, questa mancanza: sono convinto che il Padre ci stia chiedendo una chiesa diversa dove il centro non è più il prete, i parroci, vescovi e cardinali, ma dove finalmente al centro c’è il Popolo di Dio nel quale vi sono anche alcuni preti e religiosi. Anche le nostre preghiere al riguardo sono il più delle volte malvagie perché anziché ascoltare che cosa desidera il Padre in questa situazione, vogliamo tentare di recuperare posizioni chiedendo a Dio che ci faccia ritornare ai fasti, se di fasti si può parlare, passati. Grazie a Dio, Dio Madre ci ama, per questo non ci ascolta ma continua ad invitarci a vivere la crisi, l’indifferenza, la persecuzione, come tempo favorevole per riscoprire una fede nuova, non più lupesca ma da pecore che sono prudenti come serpenti nella semplicità del nostro essere colombe.

Così, nel riconoscere che noi riceviamo gratis e a gratis siamo chiamati a donare, rimettiamo al centro della nostra esistenza la gratuità del dono, cosa bella e silenziosa che va a toccare non i nostri bisogni troppo spesso infantili, ma il nostro desiderio di bene che alberga nel profondo del nostro essere.

Tutto ciò che siamo e abbiamo è dono. Di dono e di grazia noi viviamo, se vogliamo essere gente viva, libera di amare. Ricevere in dono mi chiede ogni giorno di rifiutare di dare adito al mio bisogno di impadronirmi. Il dono mi richiama il Donatore. Così in tutto quello che vivo e che ho, vivo l’amore del Cristo che si è fatto uomo a gratis. Così l’amore della Madre mi raggiunge nel bene e non come Padre Padrone che combatte al mio fianco contro i miei fratelli: questa è una perversione dove noi usiamo Dio per i nostri porci comodi, non per la vita. Vivere i doni come doni divenendo dono è la vera grazia di vita che cambia la vita. Donare non è una cosa che debbo fare ma un modo di essere che mi permette di riconoscere quando il mio cuore è a corto di amore dicendomi di rallentare perché non debbo dimostrare proprio nulla a nessuno. Concludendo: la gratuità non è un optional, non è fare l’elemosina o cosette del genere, è invece l’essenza della vita che o è gratuita o non è.

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