11 giugno 2022 Matteo 10, 7-13

Giovanni Nicoli | 11 Giugno 2022

Matteo 10, 7-13

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:

«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.

In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

Per essere discepoli del Signore, ci vuole un grande coraggio. È necessario avere un cuore pieno di fiducia e di futuro. Ci vuole un cuore pieno di Dio e dell’amore di quel Dio che, per andare incontro a questo mondo, ha donato gratuitamente la sua vita per noi.

Ma come si fa a credere ancora a questo mondo? Un mondo pieno di infermi di ogni genere. Un mondo pieno di gente che a 50/60/70 anni si nasconde ancora dietro i traumi infantili per non prendersi le proprie responsabilità nei confronti della vita.

Ma come si fa a credere che certe morti sociali possano avere ancora in sé una forza di resurrezione? E che dire dei lebbrosi? Lebbrosi di ogni genere: gente senza lavoro, malati ai AIDS e di Covid, morti di fame, gente che fugge dalla guerra, migranti e rifugiati, falliti di ogni genere.

E che dire dei nuovi indemoniati del giorno d’oggi? Gente che ruba impoverendo la gente a cui vengono chieste più tasse. Gente del Nord che si arricchisce alle spalle dei più poveri. Una burocrazia che rigenera continuamente se stessa all’infinito, rendendo la vita della gente sempre più impossibile e piena di cose inutili. Il demonio della burocrazia che si rigenera all’infinito e sopravvive a tutto. Anzi! Più i governi cadono e più la burocrazia, che nessuno ha eletto, prospera. E non si riesce a mandare a casa in nessun modo. Altro che i super manager. Il demonio della burocrazia succhia il sangue di tutti noi e non riusciamo a metterla al muro perché si auto-protegge e si giustifica dietro la legge.

Che fare dunque nei confronti di questo mondo? Come si fa oggi ad accogliere l’invito del Signore ad andare? Il negativismo ha pervaso i nostri cuori e lo troviamo troppo semplice e facile: non lo possiamo ma, soprattutto, non lo vogliamo abbandonare. È troppo comodo nella sua capacità di auto giustificazione. È una fuga perfetta per chi non ha animo di affrontare la vita. E diventa motivo di oppressione per i più deboli.

Accogliere l’invito del Signore ad andare, significa cogliere e ritrovare in Lui e in noi quella capacità di cercare futuro a partire da qualsiasi situazione di vita noi ci imbattiamo a vivere. Non è vero che vi sono situazioni impossibili, vi sono solo povertà di cuore e di spirito che non sanno più trovare cuore per creare futuro per noi stessi e per i propri figli. Alle volte noi ci stupiamo come gli stranieri, africani e quant’altro arrivino a casa nostra, sappiano affrontare delle situazioni che per noi hanno dell’inverosimile. Hanno il coraggio, mentre non hanno sicurezze sociali di mettere al mondo dei figli. Hanno il coraggio di ripartire sempre. Cose che noi, ammalati di sicurezze come siamo, abbiamo perso. Abbiamo bisogno dei migranti, altro che balle. Senza di loro non facciamo altro che voltolarci nelle nostre lamentele e nella povertà di un cuore che non ha più voglia di futuro, che non ha più forza per vivere.

Fino a che non ci convinceremo che il problema della nostra esistenza non sono le difficoltà ma la povertà del nostro animo, noi non usciremo mai dalla crisi e non accoglieremo le opportunità che questa crisi porta in sé.

In questo desiderio di futuro l’altro gioca un ruolo essenziale. L’altro che mi pone sempre una domanda diventa un punto interrogativo essenziale per la nostra esistenza. La domanda è essenzialmente una: una domanda di solidarietà, vale a dire di relazione, cioè di amicizia, in fondo di amore. È nell’incontro che noi costruiamo il futuro, ma è chiaro che questo incontro, per essere vero, non può essere un incontro fra due sacchi vuoti. La mia e altrui interiorità è essenziale per creare relazioni umane e vere. È essenziale per liberare la mia e altrui vita da quei demoni che avvelenano le nostre esistenze. Senza di lei non ci liberiamo e non liberiamo dalle lebbre moderne. La sua qualità diventa la cifra con cui io posso instaurare relazioni vere e sananti.

Tutto questo senza dimenticare le nostre e altrui fragilità che, a questo punto, diventano l’occasione per una ripresa di vita, per rilanciare vita in noi e fra di noi. È dall’accoglienza delle nostre fragilità, di questa benedetta crisi, che sgorga la creatività che crea futuro e rilancia vita.

Il tutto condito da una gratuità che ci libera dalla necessità di avere indietro, di essere pagati e ripagati. Il tutto diventa in tal modo un dono di pace, pace per noi e pace per il prossimo che incontriamo. E nella pace rinasce il futuro.

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