Matteo 16, 24-28

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

Eppure è più forte di noi. Direi anzi che è costitutivo della nostra umanità. Appena facciamo qualcosa noi vogliamo conquistare qualcosa. Vogliamo conquistare quote di mercato; vogliamo conquistare persone; vogliamo che la chiesa si riempia; vogliamo che l’incontro da noi organizzato abbia successo; vogliamo che la tavola rotonda abbia l’assenso di personaggi importanti a livello internazionale. Se noi facciamo qualcosa noi dobbiamo vincere qualcosa, qualcosa dobbiamo conquistare. La conquista di qualsiasi cosa, o di qualsiasi persona, diventa pretesa che l’altro faccia come me.

Se io andavo a lavorare a Milano dopo la guerra e vivevo in una baracca di legno tutta la settimana – una vita a limite del disumano, direi – e mi sono tirato su la famiglia in questo modo; l’unica cosa che mi dispiaceva è che i miei figli non mi conoscevano neppure: se io dicevo qualcosa guardavano la madre per avere l’assenso oppure no; non mi conoscevano, non c’ero mai. Ebbene se io ho vissuto questo perché quelli che arrivano adesso devono avere tutte le comodità ed essere alloggiati in hotel di lusso? Dato e non concesso che questa affermazione sia vera, ciò che mi sembra importante è evidenziare la povertà di certe situazioni; il fatto che qualcuno si è rimboccato le maniche; il fatto che, allo stesso tempo, ha perso la cosa più importante della sua esistenza che è la sua vita e il rapporto coi suoi figli. Per necessità superiore? Non lo so, so che è così.

E so anche che in troppe situazioni, anche quelle non estreme, noi ci muoviamo così. Sembra che dobbiamo sempre partire alla conquista dell’America. Sembra che se non ci sentiamo in competizione con qualcuno, con qualcosa, con il mondo, noi non esistiamo. La conquista che abbiamo nel sangue la sentiamo come qualcosa di vitale. Allo stesso tempo non possiamo fare a meno di cogliere il fatto che tale conquista succhia vita e dona morte, non può donare vita. Al limite ci fa sentire vivi, alla stregua di un drogato, ma non ci darà mai vita.

La paura della morte e il bisogno di dovere scampare dalla minaccia della morte è l’intento di ogni nostro pensare e agire, anche e soprattutto quando necessitiamo di dovere conquistare qualcosa. Il primo effetto di tale paura è il fatto che diveniamo egoisti e invece di salvarci ci perdiamo. Ci perdiamo dietro a cose e a vicende che, a ben guardare, rasentano spesso l’assurdo e l’insensatezza. Convinciamocene: una vita ispirata all’egoismo è già morta perché è presa in una morsa mortale che ci stritola. Il fatto che noi ci scusiamo dicendo che non si può fare diversamente, altro non è che la prova più schiacciante del fatto che la nostra è una scelta di morte e non di vita, una scelta da schiavi e non da liberi.

La vita è lo Spirito di amore che aleggia sugli uomini mentre volteggia nel Padre e nel Figlio: è l’amore tra il Padre e il Figlio. E chi ama è passato dalla morte alla vita.

Noi che vorremmo possedere tutto sbagliamo pressoché tutto. Pensiamo infatti di garantirci la vita, così vivendo. In realtà ci garantiamo solo la morte perché la garanzia è morte, perché la garanzia non esiste se non per succhiarci sangue; la garanzia chiede una garanzia sempre più grande e più ampia per potere garantire se stessa. E uno ci muore dietro a forza di garanzie che non garantiscono un bel niente. La garanzia è l’anticipo dell’affanno della morte fisica. L’egoismo che si accompagna ad essa, come necessità sine qua non, garantisce la morte spirituale. L’una con l’altra garantiscono la morte della persona resa oramai talmente povera e dissanguata che non riesce più a donare ossigeno alle varie membra del suo corpo.

La vita non può essere garantita, eppure è la cosa più importante che siamo, più dell’avere salute. Anche la salute da garantire è una brutta malattia che ci uccide come persone fino ad arrivare a spegnere l’ultimo lumicino di vita nel momento in cui non abbiamo più un briciolo di coscienza né tantomeno un briciolo di dignità.

La vita non la si può comperare con nulla, né la si può barattare con dei beni. La vita ha una sola possibilità di esistere, quella del dono e solo quando è donata resta viva e vitale. Se la vogliamo pagare non ci rimane che restituirla dandoci la morte. Questa è la grande conquista del garantismo. Con questo vogliamo barattare la vita? La vita nostra?

Rinnegare, prendere, seguire.

Tre parole chiave per tornare in asse e in armonia con se stessi, con Dio, con gli altri, con il creato.

 Spoladore

Seguire significa stare dietro. I posti sono ben definiti e nessuno può avere l’ardire di conoscere meglio la strada. Anche questo è rinnegare se stessi e fidarsi/affidarsi totalmente a Lui.

Locatelli

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