In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
E il terzo? Il terzo figlio? Quello che dice sì e che poi fa quello che dice? Perché non compare questo terzo figlio? Perché io non compaio in questa parabola dove manca il terzo figlio, colui che dice sì e fa, quel figlio che sono io? Perché Gesù non contempla la presenza del giusto, dell’obbediente, dell’operaio della prima ora, del fariseo che ringrazia Dio perché lo ha fatto giusto e non peccatore, di colui che sa ben vedere la pagliuzza nell’occhio del fratello, del fratello maggiore che ha sempre obbedito in tutto al padre, che dico al padrone?
Perché Gesù ti dimentichi di me, il terzo figlio? Non è forse il terzo figlio colui che fa andare avanti il mondo, che rende ancora possibile la giustizia nel mondo?
Non vorremmo tutti noi la presenza di questo terzo figlio nel quale identificarci? Noi che rimpiangiamo l’innocenza perduta, noi che accusiamo gli altri delle nostre traversie e dei nostri tradimenti, sempre che li vediamo. Noi che ci lamentiamo ancora dei traumi che ci hanno creato i nostri genitori. Noi abbiamo bisogno di questo terzo figlio, per compiacerci allo specchio; ci manca questo terzo figlio nel quale poterci identificare. Senza il terzo figlio come possiamo fare festa alla nostra santità, alla nostra bravura che è migliore di quella degli altri, che sono poveri peccatori o semplicemente imbranati sul lavoro?
Ma questo terzo figlio non c’è: Gesù non lo contempla, il Padre non lo genera e lo Spirito Santo non lo irrora con la sua pioggia primaverile.
Esistono solo due figli. Uno è il figlio dell’incoerenza, di colui che dice sì a parole ma non con i fatti. È l’irresponsabile ma anche l’idealista e il presuntuoso. Dice un sì generoso che risulta da subito un sì ingannatore. Sembra un sì detto a Dio ma, in realtà, è un sì detto a se stesso. Un sì destinato a non portare frutto, perché il terreno è povero di humus, l’humus dell’umiltà, l’humus, cioè, del realismo.
Il secondo figlio è il figlio del no che diventa sì. È il no di colui che non si nasconde dietro una facciata, ma è diretto e primario. Non teme il conflitto, anzi lo provoca e quasi lo gode.
Ma forse il terzo figlio esiste. Sì, forse il terzo figlio sono io, che sono a volte il primo e a volte il secondo figlio. Sono io in eterno conflitto col Padre e allo stesso tempo sempre tentato di evitare il conflitto. Ma è nel conflitto che noi viviamo e che noi cresciamo. Un rapporto senza conflitto è un rapporto di falsi sì, che si presenta bello e perfetto, ma non è rapporto di figliolanza.
È necessario cogliere la nostra vita come un cammino dove sempre meno ci deve interessare l’apparente perfezione del nostro agire e sempre più ci deve interessare la natura dinamica della nostra umanità. Non esiste il sì definitivo. Esiste il sì dinamico che si costruisce ogni giorno e che continuamente è messo alla prova. Questo significa a volte dover passare anche attraverso esperienze dolorose, certamente. Ma questa è la nostra umanità.
Non mi interessa il santerellino di turno, colui che è facile a dire di sì, quel sì detto con le labbra ma non col cuore né tantomeno coi fatti. Il santerellino che prima o poi presenta il conto a Dio dicendogli che poteva impegnarsi un po’ di più nella creazione e che poteva pensare a farci tribolare un po’ meno.
Il terzo figlio, non quello ideale ma quello reale, è colui che si ritiene sempre in conversione. È colui che riconosce il suo attaccamento alle cose. Quello a cui non interessano i sacerdoti sempre pronti a giustificarsi con abili ragionamenti e astute parole. Il terzo figlio quello che nel conflitto col padre riscopre giorno dopo giorno il suo essere figlio.
Quel figlio, sintesi dei due, a cui non interessa la falsa umiltà che impregna troppi cammini religiosi di ogni tipo e ad ogni latitudine del mondo. Quel figlio che sa che è molto più vicino al Padre un peccatore vero che un santo falso.
Il perfettino che ha già capito tutto da solo, non ha bisogno di un Padre educante e confrontante, perché non accetterà mai di essere figlio.
Ammettere il conflitto che necessariamente c’è nel momento in cui c’è un padre e un figlio, nel momento in cui c’è sincerità e non compiacenza. Senza conflitto non vi è crescita, vi è solo l’illusione del terzo figlio perfettino. Senza conflitto la via non diviene carne e ossa e sangue, resta solo una faccenda intellettuale, illusoria.
Se vi è una colpa nel primo figlio, e nel terzo, è quella di lasciare il conflitto in un luogo latente, in un limbo dove non si manifesta mai. Buttarsi nella pratica religiosa, di ogni tipo, perché delusi del mondo, per fuggire il mondo, ci porta a dire subito di sì a chi indica la via, ma presto perderà entusiasmo quando ci si renderà conto che comunque nella vigna bisogna andare e che, per fare questo, non si possono eludere i problemi.
Chi è attaccato al mondo e ai suoi piaceri, i pubblicani e le prostitute, appunto, conosce anche quanto tutto questo possa essere ingannevole. Sa che bisogna cercare la via e che questa ricerca comporta dei dolori e una rinuncia alle cose amate che non si buttano via a cuor leggero. Chi non ama le cose a cui rinuncia, che sono le cose che ha sotto gli occhi, le cose che hanno a che fare con la sua vita di ogni giorno, non sarà capace di amare le cose che non si vedono.
Chi ama queste cose, la prostituta e il pubblicano, e conosce quanto queste cose bruciano la vita e di come si è spesso spinti da queste cose a fare il male, innesca quel conflitto interiore ed esteriore che unico può provocare il pentimento, senza il quale la conversione non è possibile.
Non sappiamo che farne dell’amore asettico del primo figlio. Ci piacerebbe l’amore del terzo figlio ma, grazie a Dio, non esiste. Ci rimane l’amore vero del secondo figlio o della sintesi dei due figli, quell’amore che non si fida delle apparenze e che non si lascia prendere da facili entusiasmi. Quell’amore che vive fedeltà e tradimento come luogo di vita e luogo di cammino. Quell’amore che non si nasconde dietro false mancanze di conflitto, ma vive la sua relazione col Padre in modo conflittuale ma vera e impara, grazie al Padre, a gestire il conflitto anziché farsi travolgere dal conflitto stesso.
Forse la mancanza del terzo figlio è proprio una grazia per riscoprire con chiarezza il nostro essere primi e secondi figli, sempre in tensione con un Padre che ci ama e che non ci molla.
Mi sono convinto, che il «protagonista del cristianesimo non è l’uomo morale e virtuoso, ma il pubblicano, il ladrone e la prostituta che volgono il cuore al Signore, poiché il santo altri non è che il peccatore che si apre al suo Amore.
Olivier Clément
Mi piace il verbo ri-bellarsi: mi suona un po’ come (ri)voltarsi, una sorta di torcicollo verso il bello. (Ri)bellare è tornare a guardare il bello dopo averlo rifiutato.
Pozza
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