Matteo 23, 27-32

In quel tempo Gesù parlò dicendo: ««Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».

Le modalità con cui noi esprimiamo il culto dei morti cambiano. Possiamo acquistare una bella tomba, oppure possiamo costruire un bel monumento, oppure possiamo bruciare il caro estinto e tenerci le ceneri sopra il comò in camera da letto. Qualsiasi modalità noi scegliamo ciò che fa la differenza è perché e percome noi facciamo questo.

Siamo molto attenti al culto dei morti, spesso per una sorta di scaramanzia più che per affetto vero, e vogliamo fargli un buon posto perché rimangano buoni. Mi domando se abbiamo la stessa accortezza quando le persone sono vive e accanto a noi o se, questo culto dei morti, non è un modo per cercare di recuperare quanto non abbiamo fatto e vissuto quando le persone erano ancora in vita.

Così da parte di coloro che sono passati a miglior vita lasciare in eredità ai propri eredi ciò che è mio non è un gran gesto di carità, è una cosa dovuta e che tu non scegli neanche di fare, perché dipende dalla tua morte. Lo stesso gesto fatto in vita avrebbe un altro sapore, un sapore di carità, un sapore di fiducia. Certo uno può anche volersi comprare gli altri coi propri soldi quando è in vita ma tutto quello che dipende dalla morte sa comunque di obbligato e di non scelto, anche se lascio un testamento.

Il Signore Gesù ci vuole dire, col vangelo di quest’oggi, che è ora di passare dal culto dei morti al culto dei vivi. Tutto ciò che sa di morte sa di male, tutto ciò che sa di vivo sa di bene o di possibilità di bene. Il culto dei morti molto presente in tante regioni italiane, ho presente in particolare la Liguria, porta alla costituzione di confraternite che portano a spasso crocifissi e spendono tempo e soldi per abbellire gli stessi crocifissi. Bello e folcloristico. Ma fa sempre parte della cultura dei morti, anche se attrae tante persone quando vi sono queste processioni.

La cura che si dà ai crocifissi, bellissimi e preziosi, non la si dà ai vivi, magari a quei crocifissi che soffrono soli e abbandonati negli ospedali e nelle case di cura, alias ospizi, o a quei crocifissi che muoiono di caldo o di freddo e di fame lungo le nostre strade. Crediamo che i crocifissi preziosi meritino di più dei crocifissi di carne? Non sappiamo che i crocifissi di legno possono facilmente diventare idoli, bestemmie viventi al cospetto di Dio, e non saranno mai preziosi come i crocifissi di carne perché questi e solo questi sono miei fratelli?

Un’altra riflessione mi provoca il vangelo di quest’oggi: e se cominciassimo ad essere veramente tutti uguali? Non lo siamo per gli uomini, lo vediamo quotidianamente, ma lo siamo per Dio. Essere tutti uguali non solo perché abbiamo tutti le stesse cose: questo, pur avendo un suo perché di uguaglianza, sarebbe cosa troppo banale e impensabile.

Mi piacerebbe che fossimo tutti uguali perché nessuno si sentisse più dell’altro. Nessuno si sentisse più bravo dell’altro, più giusto dell’altro, più santo dell’altro, più degno dell’altro, più fedele dell’altro. Credo che la divisione farisaica fra buoni e cattivi, cosa che nell’oggi Dio non vuole perché sa che la zizzania deve crescere col grano buono dentro e fuori di ogni uomo, sia una maledizione che ha appestato la storia. La divisione fra buoni e cattivi ha fatto nascere l’Inquisizione e portato a roghi assassini. La divisione fra buoni e cattivi porta alla necessità di dire chi è nella chiesa e chi nella chiesa non è. La divisione fra buoni e cattivi è accecante perché non vede come (citando il Concilio Vaticano II°) troppo spesso gli atei sono tali grazie ai credenti. Il credersi giusti contro coloro che giusti non sono, fanno nascere guerre, guerre di religione, guerre di cultura. La divisione fra buoni e cattivi gettano interi stati nella miseria. L’accezione di stati canaglia da parte dell’occidente, ha raso al suolo stati interi. Le divisioni fra buoni e cattivi ha portato all’olocausto. La divisione fra buoni e cattivi porta alla svalutazione della donna e alla negazione dei diritti umani dei gay o delle lesbiche. La divisione fra buoni e cattivi ci porta all’aborto di feti “difettosi” o che possono avere caratteristiche di handicap.

Mi piacerebbe che fossimo tutti uguali: una bella illusione, una speranza grande e appassionante. Una speranza di fede liberante.

 

Il bianco che vorrebbe alludere a una esperienza di candore, in realtà, ha molto più a che fare con l’esperienza della morte che con quella della pulizia. È un bianco che vorrebbe far credere che tutto è in ordine e vitale, ma è solo una inutile copertura. L’eccessiva cura dell’immagine è direttamente proporzionale alla morte che portiamo nel cuore. 

Savone

 

Una vita vissuta con la morte dentro e l’ipocrisia fuori non rende felice nessuno.

L.M. Epicoco

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5 Novembre 2024 Luca 14, 15-24

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Il rischio è di lasciarsi soffocare dalla quotidianità, perdendo di vista il senso di ciò che facciamo. Ci si può lasciare sommergere dal fare fino a non accorgersi più che la cena è già pronta e che essa giudica le nostre cene.

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4 Novembre 2024 Luca 14, 12-14

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Anche oggi riceviamo senza dare nulla in contraccambio, la Parola del vangelo che ci invita ad agire al contrario, senza contraccambio e invitando chi ha veramente fame. Mentre mangiamo questa Parola lasciamoci trasportare in un mondo profondamente umano visto con gli occhi di Dio e amato con il suo cuore, con misericordia e libertà.

PG

3 Novembre 2024 Marco 12, 28b-34

“Se ami Dio senza amare il prossimo,
ami soltanto un’immagine e di un amore immaginario.

L’amore di Dio che non sia nel contempo servizio del prossimo,
è un’immensa menzogna che uno racconta a se stesso.

Se ami il prossimo senza amare Dio, che amore è questo?

È l’istinto del gregge e il gusto del calore e del tanfo della moltitudine,
è la paura di stare da soli, è il piacere di strofinarsi agli altri
oppure odio in comune di qualche altro gregge.

Se ami te stesso senza amare né Dio né il prossimo

questo amore è il contrario dell’amore.

Ma se ami Dio e il prossimo senza amare te stesso, l’amor tuo non è un dono,
poiché non si può far dono di ciò che non si ama;
è il contrario di un dono: è un oblio; è il contrario di un sacrificio: è un suicidio.

È perdita, non amore, poiché in te non vi è nessuno che possa amare.

Ordunque, ama Dio per amore del prossimo e di te stesso
ama il prossimo per amore di Dio e di te stesso
ama te stesso per amore del prossimo e di Dio.

Non opporre gli opposti, anzi congiungili nell’amore”.

Lanza del Vasto

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