Matteo 4, 18-22

 
In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Gesù vide. L’occhio va dove porta il cuore. L’occhio di Dio, il suo vedermi, è il mio stesso esistere. Io sono in quanto sono visto da Dio e amato da Lui: il mio io è l’amore che lui ha per me.

L’occhio spesso ci scappa in modo irriflesso, attratto non sappiamo neanche noi bene da che cosa. Ci sfuggono tante cose nel nostro vedere, ma difficilmente ci scappa la vista di un amico, difficilmente non ci accorgiamo dell’amato e dell’amata, molto difficilmente!

Perché capita questo? Ma perché il nostro cuore è sempre allerta e sempre spera di incontrare una persona amica e amata, e l’occhio in questo caso diventa lo strumento principe del cuore. Cerca un volto, desidera un viso, anela una faccia.

E quando l’occhio non può, si vede con la fantasia e si immagina e si sogna. Spesso mi è capitato, nella mia esperienza africana, di trovarmi in solitudine nelle savane mozambicane. E l’occhio vagava alla ricerca di un volto e di un sorriso che, per fortuna, in Africa non manca mai.

Ma come ci vede Dio?

Gesù dice di ciascuno di noi al Padre che: “Li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 23).

Vedere come lui mi vede, conoscere come sono da lui conosciuto, è felicità senza fine (1 Cor 13, 12; 1 Gv 3, 2).

Sono prezioso ai suoi occhi, degno di stima, perché mi ama (Is 43, 4) di amore eterno (Ger 31, 3).

Sono un prodigio per lui che mi è più madre di mia madre (Sal 139, 13s.).

Lui è amore folle per l’uomo, “innamorato della sua creatura” (Caterina da Siena).

Arriva a dirmi: “Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba”, e: “Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo” (Ct 6, 5; 4, 9).

Capire la sua passione per me, il fatto che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20), è capire chi è lui, amore assoluto per me, e chi sono io, infinitamente amato da lui.

Questo sguardo che chiama ci incontra nel quotidiano: mentre peschiamo come Pietro e Andrea, mentre contiamo i soldi come Matteo, o mentre perseguitiamo Gesù nei suoi amici come per Paolo. Nulla resiste alla voce e allo sguardo di Dio, perché il suo sguardo svela la nostra verità più profonda.

Nel racconto della creazione Dio dice e poi vede. Nella ri-creazione prima vede e poi dice: la parola manifesta all’orecchio ciò che il suo sguardo già ha fatto vedere al cuore.

Il suo sguardo mostra al nostro cuore la via da seguire, cioè lui. Seguendolo, anch’io divento ciò che lui è: figlio di Dio.

Fare questo significa decidere e decidere è tagliare via tante possibilità, per realizzarne una che dà più gioia. Può costare, ma è fatto con gioia e per la gioia, se è da Dio.

La tristezza fa prendere solo decisioni negative (Lc 24, 13.17ss), la peggiore tra queste è restare nell’indecisione o in una supposta apertura a tutte le possibilità, nel delirio d’onnipotenza che porta ad amara impotenza. Non è importante il prezzo da pagare: anche se è alto si riceve molto di più.

Questo sguardo amante ci spinge a seguire il Figlio, questa è la nostra realizzazione: smettiamo di fuggire da Dio e iniziamo il ritorno: questo è il principio di un cammino.

Si segue chi si ama e si diventa chi si ama! Grazie sant’Andrea!

Occorre molto coraggio per lasciare un già e affidarsi all’oscurità di qualcosa di incerto. Lasciare, perdere, andare, sono verbi che coniughiamo a fatica, eppure sono i verbi che il vangelo più mette a tema, sono i verbi che fa propri chi riconosce che la vita è una chiamata continua, chi non si accontenta di ciò che ha raggiunto, chi continua a esplorare i territori dell’inedito, chi appartiene alla razza degli scopritori.

 Savone

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La nostra vita non finisce con la morte. Entriamo in una nuova esistenza. E quell’esistenza – è la nostra speranza – sarà un’esperienza di Dio più completa rispetto a quanto ci permetta la nostra esistenza attuale. Ed è proprio questo che stiamo celebrando oggi. Nel mistero eucaristico celebriamo la morte e la resurrezione di Gesù e al tempo stesso la nostra stessa morte e la nostra stessa resurrezione. Stiamo celebrando ciò che siamo nel profondo, che siamo già dei risorti, anche se ancora non ci è manifesto.

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