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5 dicembre 2019 Matteo 7, 21.24-27

Giovanni Nicoli | 5 Dicembre 2019

Matteo 7, 21.24-27

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Credo sia importante quanto il vangelo di oggi ci suggerisce. Ciò che è importante è fare la volontà del Padre, questo è un modo di costruire sulla roccia. Ma ciò che ci inganna, molte volte, è confondere la volontà del Padre con quello che facciamo ogni giorno con l’idea che sia cosa buona, mentre invece è ingannevole.

A ben guardare il nostro tempo di tutti i giorni è utilizzato da noi per fare cose buone: ci alziamo, andiamo a lavorare, accudiamo i figli, siamo attenti alla famiglia e alla casa, continuiamo a cercare il bene anche se di frutti ne vediamo pochi. Tutte cose buone che rischiano di essere ingannevoli se le viviamo come idoli del nostro fare e non come bene che noi viviamo.

Di questa dinamica ingannevole ce ne accorgiamo quando vi sono dei fallimenti. Quando il popolo di Israele vide crollare tutte le cose belle che aveva fatto e diminuire la sua potenza e la sua bravura, il profeta Isaia scrive: “In quel giorno – quello del fallimento – si volgerà l’uomo al suo creatore e i suoi occhi guarderanno al Santo di Israele. Non si volgerà agli altari, lavoro delle sue mani; non guarderà ciò che fecero le sue dita, i pali sacri e gli altari per l’incenso” (17, 4-8).

Confondere quello che facciamo come fine del nostro esistere è ingannevole. Più ci impegniamo in questo ingannevole bene apparente e più ci dividiamo, di conseguenza litighiamo su tutto senza mai volgere lo sguardo dalla parte giusta. La giusta direzione è: guarderanno al Santo di Israele, non staranno a contemplare il lavoro delle proprie mani, anche quel lavoro che noi facciamo per la chiesa e per il Regno, volgeranno lo sguardo al Creatore. È, detto in altri termini, quanto succede fra persone che si vogliono bene: il rischio è di guardare più a quello che faccio per l’altro piuttosto che guardare agli occhi e al cuore dell’altro. Faccio passare la mia relazione per cose e regali anziché vivere il tempo e la gratuità di affetto con l’altro. Così ci riempiamo la casa di cose e ci svuotiamo il cuore che diventa sempre più arido. Questo è costruire sulla sabbia, non certo sulla roccia.

Ci accorgiamo di questo fatto? Ci rattristiamo? Ci sentiamo in colpa? Ci diciamo incapaci di bene? Tutte cose che non servono a nulla. Accorgerci che qualcosa è sbagliato è invito, per il Padre, a correggere il tiro. Non gli interessano i risultati. Non interessa neppure, alla Madre, il passato ricordato come colpa e come esperienze e fatti negativi. A Lui interessa noi: il suo sguardo è tutto su di noi, non sulle nostre opere belle o brutte che siano, giuste o sbagliate.

Questa sapienza Paterna è liberante e strada di amore perché non ci schiavizza al lavoro delle nostre mani, non ci obbliga a dei risultati, ci libera per una relazione sempre più aperta e viva. Essere attenti al risultato è schiavitù al Maligno, non relazione di amore col Padre. Per Dio nostra Madre noi non siamo fatti per il fallimento, per il bene apparente, per essere schiavi di passati omicidi che ti condannano ad essere incapaci di potere essere diversamente. La Madre non è interessata alla psicogenesi, anche se ha una sua importanza, è interessata alla vita di oggi. Essere schiavi della propria psicogenesi è maledizione non benedizione. Il Padre non ci ha fatti per il fallimento, per quante noi ne possiamo avere combinate. Guardare al proprio passato in modo negativo è costruire sulla sabbia. Se vogliamo fare qualcosa di bello e di buono, meglio se vogliamo essere qualcosa di bello e di buono, impariamo a ridere, in senso bello e buono, del nostro passato. Tutto è nelle mani della Madre, accogliamo il suo sguardo come invito alla cosa buona basata sulla roccia della bellezza della vita.

Costruire sulla roccia liberi da schiavitù passate o da schiavitù dell’oggi basato sui risultati, è scelta di libertà mai fatta una volta per sempre. A ben guardare quando noi ci mettiamo a fare il bene il primo sentimento che ci accompagna è quello di dire “io non ce la faccio”; poi passiamo all’altro pensiero che è “ma tutto questo non è fatto per me”; da ultimo, la ciliegina sulla torta, “forse tutto questo non è neanche bene”! A causa di ciò la mia scelta di bene diventa una tristezza unica. Ne consegue che quella cosa bella e buona che volevo fare, la faccio in modo triste, la faccio male confermando che in fondo io non posso essere bene. Così diventiamo sempre più bravi a fare bene il male, quel male che si fa con il gran bene fatto male.

Vivere in modo libero quanto siamo e facciamo, è una strada su cui camminare, non corta (dura per tutta la vita) e non facile, ma è senz’altro una strada vera anche se ci sembra poco reale. Prima cosa, dunque, non vivere in modo idolatrico le cose che facciamo: non sono lo scopo della vita. Secondo vivere con gioia l’intuito di bene che anche grazie alla Parola ci sovviene, non preoccupandoci dei risultati quanto invece di vivere bene quella relazione con il fratello e con le cose senza farci prendere dall’illusione maligna piena di dubbi e di giustificazioni nell’oggi come nel passato.

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