Marco 8, 22-26
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo.
Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano».
Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».
Sono cieco! Il riconoscimento del mio essere cieco, è il primo passo per potere far sì che il Signore Gesù si avvicini a me. Sono cieco, e definisco la mia cecità chiamandola col suo nome: questo è il secondo passo per lasciare che il Signore si avvicini a me. Sono cieco e manifesto il mio bisogno di vedere e il mio desiderio di vedere: questo è il terzo passo. Un passo che a volte non sono io a fare, ma qualcuno mi aiuta a fare e che io posso aiutare qualcuno a fare. L’ultimo passo è lasciarmi toccare dal Signore; lasciare che mi metta la sua saliva creatrice sui miei occhi, lasciare che imponga le sue mani su di me.
Quante azioni mettiamo in atto noi per fuggire dalla nostra cecità? Quante scelte facciamo per non ammettere che siamo ciechi? Quante difensività e quante ragioni mettiamo in campo; quanto combattiamo per convincere noi stessi e gli altri, che non siamo ciechi?
Nel vangelo di Giovanni, al capitolo nove, la diatriba sul cieco nato conclude la discussione tra Gesù e i farisei nel modo seguente: “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”. Questo è il nostro peccato: il bisogno di credere che noi vediamo; il nostro darci da fare per dimostrare che noi ci vediamo; la necessità di illuderci del nostro essere illuminati accompagnata da una serie di azioni che possano sostenere la nostra illusione.
Se fossimo ciechi, non avremmo alcun peccato, manifesteremmo senza paura la nostra povertà. Ma il nostro peccato non è dato tanto dalla cecità, quanto invece dal nostro ribadire che noi ci vediamo, che noi siamo illuminati, che noi abbiamo mangiato a mensa con il Signore, che noi abbiamo una relazione con Lui, che noi siamo suoi figli, eccetera eccetera.
Il coraggio di dire: sono cieco! Perché non riesco a comprendere la situazione che mi trovo a vivere e non riesco a comprendere quale possa essere la risposta a questa realtà tanto complessa, mi mette nella situazione di lasciarmi toccare dal Signore, di lasciarmi guarire da Lui.
Ammettere la mia cecità equivale ad ammettere la mia fame. Noi sappiamo che non vi è modo migliore per provocare la compassione di Dio, di ammettere la propria povertà e il proprio bisogno di Lui Pane, di Lui Luce.
È interessante cogliere come avviene l’illuminazione: tramite il toccare, tramite la saliva, tramite l’imposizione delle mani.
Il toccare è un elemento di impurità da un lato, ma allo stesso tempo è un elemento di vicinanza e di affetto dall’altro. Gesù non si lascia vincere dalla paura di lasciarsi contaminare per questo tocca Lui il cieco, perché possa sentirsi a casa, perché possa non sentirsi solo.
Gesù tocca con la saliva. La saliva, nel mondo semitico, è lo spirito solidificato. Per Gesù può benissimo richiamare la sua incarnazione, Lui che divenne uomo per opera dello Spirito santo. Con la saliva crea e ricrea, rende incarnato lo Spirito di Dio. Incarnato sugli occhi di questo cieco, incarnato nella povera cecità di questo uomo. Una ricreazione che viene completata con l’imposizione delle mani.
Imponendo le mani, dopo avere toccato il cieco e dopo averlo bagnato con lo Spirito incarnato della propria saliva, Gesù libera il cieco dalla sua cecità e lo rende figlio di Dio. Ci rende vedenti. Non illusoriamente vedenti: realisticamente vedenti. Vedenti che non si dimenticano la loro condizione di ciechi da cui provengono e la loro condizione di ciechi che sono.
In questo modo ritorniamo uomini che vedono. Che vedono non tanto quello che vediamo ogni giorno. Sappiamo che non c’è nulla di più astratto del visibile. Vediamo ciò che sostiene la materia, ciò che muove veramente il mondo. Vediamo i pilastri della terra e della creazione, i pilastri della vita di ogni uomo. Pilastri a volte solidi, pilastri a volte fragili. Vedendo questi noi vediamo Dio creatore, Dio incarnato, Dio luce. Sappiamo che questo vedere e non vedere, non è un dato per sempre. Sappiamo che questo vedere e non vedere coinvolge tutta la nostra esistenza ed è un cammino che ci accompagna lungo l’arco della nostra esistenza.
Non facciamoci tentare dalla necessità di credere che noi vediamo e vediamo meglio degli altri. Lasciamoci avvolgere dalla povertà della nostra cecità, perché l’abbraccio del Misericordioso possa avvolgere l’intera nostra esistenza riportando la nostra vista, ogni giorno, a vedere di nuovo.
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