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Ieri ho letto sul profilo Facebook di un’amica questo post che mi ha colpito:

“Preferiamo non parlare… per paura di dire troppo o di non riuscire a trasmettere nulla; per paura di creare confusione o imbarazzo; per paura di rovinare il momento o di rovinare un rapporto; per paura di non riuscire ad andare veramente fino al cuore della questione; per paura di non essere chiari ed espliciti o di non essere compresi veramente fino in fondo; per paura che la voce ci si rompa in gola o che le troppe emozioni prendano il sopravvento; per paura della verità, qualunque essa sia…

Preferiamo non parlare per paura, nonostante questo porti inevitabilmente a creare muri. E non ci rendiamo conto che è proprio la distanza ciò che dovrebbe spaventarci.

Preferiamo non parlare per paura di sbagliare ma, l’unico grande errore che commettiamo, è proprio quello di non parlare!”

Quanto scrive Francesca mi è sembrato dapprima in contrasto con quanto viviamo nel quotidiano, per poi risuonarmi, in un secondo momento, come un bell’invito a trasformarla, questa nostra quotidianità nella parola!

Francesca scrive “Preferiamo non parlare…”. Eppure mi sembra che oggi viviamo annegati dalle parole, per lo più sommersi, dalla chiacchiera, dalla parola superficiale, dal “sentito dire”, dalla parola impersonale.

Non di rado capita che ci lasciamo andare ai soliti luoghi comuni, senza sforzarci troppo di capire quello che diciamo: troppo spesso le nostre parole sono scontate e ambigue e così si finisce per banalizzarle, ignorarle o strumentalizzarle.

Oppure ci inondiamo di parole “vuote”, quelle che sembrano voler dire qualcosa, ma che in realtà non dicono niente.

Quante volte ad esempio chiediamo “Come stai?”, “Come va oggi?”, ma non ci fermiamo ad ascoltare la risposta del nostro interlocutore, perché in realtà stiamo già pensando ad altro? E’ il modo che abbiamo per riempire lo spazio con chi abbiamo di fronte, togliendoci dall’imbarazzo e dalla fatica di metterci in gioco per davvero.

Sigmund Freud scriveva:

“Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole un insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente”.

Vale a dire: le parole non sono solo suoni. La parola ha una tale forza da incidere in modo indelebile nella vita dell’altro: ciò che diciamo ha davvero il poter di ferire o di ristorare. Una parola buona e generosa, detta al momento giusto, può sanare un cuore in pena; viceversa parole ambigue pronunciate da una lingua cattiva possono ferire a morte un fratello (“V’è chi parla senza riflettere: trafigge come una spada: ma la lingua dei saggi risana” – Proverbi 12,18).

La capacità di comunicare attraverso il linguaggio è un dono di Dio, il datore di “ogni dono buono e ogni regalo perfetto” (Giacomo 1, 17). Questo dono distingue l’uomo dagli animali, permettendogli di esprimere non solo i propri pensieri, ma anche i propri sentimenti.

Parole… parole… parole… eppure, come dice Francesca, quando ci troviamo a dover dire parole vere, parole che segnano la vita, abbiamo paura. Paura di non piacere, paura di non essere compresi, paura di mettere in crisi qualcuno, paura di rispondere alle parole vuote che ascoltiamo con parole “piene”, che hanno significato, perché raccontano qualcosa di noi, perché descrivono quello che proviamo, quello che vediamo, quello che vogliamo senza fronzoli, per quello che è.

Se ci sforzassimo di usare parole “piene” e di lavorare su quelle vuote per cambiarle, arriveremmo davvero a comunicare noi stessi, la nostra vita; la parola porterebbe alla luce la nostra vera essenza e il nostro amare, soffrire, sperare diventerebbe autentico dono di noi agli altri e non solo chiacchiera.

Allora, sono certa, anche l’altro si lascerebbe andare, si aprirebbe un varco e le relazioni formali che per lo più abitiamo, si trasformerebbero in relazioni autentiche, in cui il giudizio lascia spazio all’ascolto vero, quello che comprende e accoglie l’altro nella sua pienezza di pensieri, sentimenti ed emozioni.

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